Uno dei tanti problemi degli assediati è il bisogno di denaro con cui far fronte alle spese di guerra: arruolare e stipendiare le truppe, acquistare armi, forniture militari, approvvigionamenti di cibo e polvere da sparo.

All’inizio dell’assedio, le finanze del Ducato sono piuttosto sane, con un debito modesto paragonato a quello di altri stati italiani della stessa epoca. Le imposte su cui si basa la finanza sabauda sono di due tipi: le gabelle sui consumi (carne, vino, sale, tabacco, acquavite… fino a sapone e candele) e  i tributi sulla proprietà fondiaria (come il comparto dei grani, pagato in natura e pari al 3% del grano raccolto). Negli anni di guerra vengono riscosse altre imposte di tipo straordinario estese a tutti i territori del ducato: queste misure, anche se impopolari, assicurano la solidità del bilancio finanziario, dove il debito di 26 milioni di lire di Piemonte è appena 3 volte superiore alle entrate di 9 milioni. Se pensate sia tanto, considerate che nello stesso periodo il rapporto debito/entrate è di 7,5 nel Granducato di Toscana e in quello di Milano, di 13 nella Repubblica di Venezia e di ben 17 nello stato della Chiesa.

Questo modello “virtuoso” (o meno vizioso di altri) è dovuto al fatto che (1) i Savoia preferiscono imporre imposte dirette straordinarie piuttosto che ricorrere al debito (2) grazie al gioco di alleanze, il ducato riceve spesso aiuti finanziari (Olanda e Inghilterra, nel caso della guerra di Successione Spagnola, versarono nelle casse del Ducato la bellezza di oltre 43 milioni di lire, poco meno di metà delle spese di guerra). In questo modo in Piemonte influisce poco il meccanismo che colpisce gli altri stati, in cui il prelievo fiscale finisce a coprire gli interessi del debito pubblico. I soldi dei sudditi di Vittorio Amedeo II vanno allo stato, come pure le somme riscosse dagli alleati (spesso in oro o argento).

Tutto questo non impedisce al paese e alle comunità locali, in cui del resto si svolgono le operazioni militari, non soffrano una grave crisi: oltre al pagamento dei tributi militari imposti dal Duca, bisogna fare i conti col passaggio di truppe amiche e nemiche che pretendono di essere alloggiate e a volte requisiscono viveri e bestiame, oppure saccheggiano e commettono violenze, il che è anche peggio.

Ciò malgrado, il peso sui sudditi del Ducato non è gravoso come lo è per altre popolazioni in altri casi, e in questo ha un ruolo importante il generale delle finanze, Giovanni Battista Gropello, che le pensa tutte per fare soldi e ottenere credito. Ecco come il conte delineerà la situazione nell’agosto del 1706:
«[…] (i torinesi), considerate le circostanze dei tempi presenti e massime il stato in cui si ritrova la presente città, ristretta in tutte le sue parti, senza che vi si possano introdurre viveri e continuamente travagliata dal bombardamento, anche con palle infuocate, che con aver rovinato quantità di case, con uccisione di più abitanti,
hanno obbligato buona parte dei cittadini a rifugiarsi dalla città vecchia nelle abitazioni della città nuova […], ritrovandosi cessato il commercio, impediti li traffichi e corrispondenze, chiuse quasi tutte le botteghe e ridotta la città in un’estrema desolazione […] hanno convenuto di proporre l’apertura di un nuovo Monte
sotto il titolo di San Giovanni Battista.»
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Oggi, 29 maggio 1706, Gropello fa mettere in vendita i terreni incolti della campagna di Mirafiori e si raccomanda con la Congregazione di vigilare sui prezzi dei viveri, per evitare speculazioni. Un’altra decisione riportata nei verbali della Città relativa alla giornata di oggi riguarda un aspetto più pratico relativo alla difesa: “facendo
acomodare et aggiustare li fuccilli dell’armaria, e riddurli in stato di servizio”.
(Congregazione, 29.

L’immagine in testa al post raffigura proprio il conte Gropello, da un ritratto esposto a Palazzo Reale.