Tampardù stava già finendo di vestirsi. Gramigna era davanti allo
specchio e si sistemava i capelli con nastri e spilloni d’argento. Gli abiti che avevano addosso non somigliavano a niente che Gustìn avesse mai toccato, se non da lontano e con lo sguardo.
Nèbia non c’era.
Gustìn si fermò sulla soglia.
«Dov’è?»
«Non viene con noi.» Tampardù si stava chiudendo i bottoni uno
alla volta, con precisione. Gustìn non chiese altro.
Gramigna lo guardò nello specchio, senza girarsi. «Hai una faccia.»
«Dormito male.»
«Si vede.»
Tampardù indicò una cassa. «Il tuo è lì.»
Gustìn lo prese in silenzio. Il velluto verde oliva gli scivolò tra le
dita. Sfiorò le bordature d’argento e i bottoni di madreperla. Dal sarto di Nèbia, quando gli avevano preso le misure, aveva visto solo stoffe tagliate sul banco; il vestito finito faceva un altro effetto. Se lo infilò. La camicia aderì subito. Fece un piccolo movimento con le spalle, aspettandosi che la giacca stringesse da qualche parte. Non stringeva.
«Ti sta bene» disse Gramigna, stavolta voltandosi.
«Grazie» rispose lui, senza guardarla per paura di trovarvi una presa in giro.
Tampardù gli si avvicinò e gli sistemò il colletto con un gesto
brusco.
«Non dimenticarti perché lo indossi» disse. «Non sei lì per piacere. Guarda dentro la giacca.»
Gustìn infilò la mano nelle tasche nascoste.
«Comode.»
«Devono esserlo. E quando esci dalla festa, ricorda di rivoltare la giacca. Così sembrerai un poveraccio qualsiasi, non uno da derubare nel primo vicolo della Città Vecchia.»
(il Ragno e la Corona)
Gli abiti raccontavano chi eri
Se passeggiassimo nella Torino del 1680, probabilmente ci basterebbero pochi secondi per capire chi abbiamo davanti perché sarebbero i suoi vestiti a parlare.
Oggi l’abbigliamento è spesso una forma di espressione personale: nel Seicento era soprattutto un linguaggio sociale. Ogni tessuto, ogni colore, ogni mantello raccontava il mestiere, il denaro, il prestigio e perfino le aspirazioni di chi lo indossava.
In una capitale come Torino, dove i Savoia stavano costruendo la propria immagine di grande potenza europea, anche gli abiti contribuivano a mettere ordine nella società.
Un colpo d’occhio bastava
Un nobile poteva permettersi sete, velluti, damaschi e pizzi provenienti dai grandi centri manifatturieri italiani o francesi. I colori erano intensi: il nero profondo, costosissimo da ottenere, era simbolo di ricchezza e autorevolezza; il cremisi e il porpora evocavano prestigio e vicinanza alla corte.
Gli uomini portavano giustacuori lunghi al ginocchio, gilet ricamati, calzoni al ginocchio, calze di seta e scarpe con fibbie. Il cappello a tesa larga e la spada completavano l’immagine del gentiluomo.
Le dame sfoggiavano gonne ampie sostenute da sottogonne, busti rigidi, maniche decorate da merletti e gioielli che spesso rappresentavano una parte consistente del patrimonio familiare.
A pochi passi di distanza, però, il panorama cambiava del tutto.
La Torino del popolo
Nei quartieri attorno a San Dalmazzo, alla Consolata o lungo il Borgo Po, gli abiti rispondevano all’esigenza di durare.
Contadini, facchini, pescatori, lavandaie e artigiani indossavano lana, lino e canapa. I colori erano quelli delle tinture meno costose: grigi, marroni, ocra, verde spento. Gli abiti venivano rattoppati decine di volte, passavano dai genitori ai figli e spesso costituivano uno dei beni più preziosi della famiglia.

Le scarpe rappresentavano quasi un lusso. Molti lavoratori le riservavano alle occasioni importanti o alle stagioni più rigide, mentre nei mesi caldi era frequente vedere persone camminare scalze o con semplici zoccoli.
Anche il grembiule aveva un ruolo fondamentale. Non era soltanto un indumento da lavoro: proteggeva l’abito, che doveva durare il più possibile.
I bambini vestivano da bambini?
Quasi mai, ed è un dettaglio che colpisce sempre. L’idea di un abbigliamento pensato appositamente per l’infanzia appartiene soprattutto ai secoli successivi.
Nella Torino del 1680 i bambini indossavano versioni semplificate degli abiti degli adulti. Appena iniziavano a lavorare come apprendisti o garzoni, il loro modo di vestire cambiava rapidamente per adattarsi al mestiere.
Anche gli abiti raccontavano che l’infanzia durava poco.
Le leggi suntuarie: anche il lusso aveva regole
Come in molti altri Stati europei esistevano leggi suntuarie, norme che limitavano l’uso di determinati tessuti, pellicce, ricami o gioielli. Lo scopo era duplice: da una parte evitare spese considerate eccessive, dall’altra impedire che i ceti inferiori imitassero l’abbigliamento della nobiltà, confondendo i confini sociali. In altre parole, anche l’eleganza era una questione di ordine pubblico.
Gli abiti raccontavano un mestiere
Un soldato si riconosceva dall’equipaggiamento. Un notaio dal mantello scuro e dall’aspetto sobrio. Un frate dall’abito dell’ordine cui apparteneva. Un mercante benestante poteva permettersi stoffe migliori di un artigiano, ma senza ostentare il lusso della corte. Le corporazioni stesse contribuivano a creare un’identità riconoscibile per molti mestieri. Camminare per Torino significava leggere continuamente questi segnali.
Oggi gli abiti ci raccontano qualcosa della personalità. Nel Seicento raccontavano soprattutto il posto che occupavi nel mondo. Prima ancora di parlare, gli altri sapevano se eri un nobile, un garzone, un pescatore, un mercante o un soldato. In una società profondamente gerarchica, il guardaroba era molto più di una questione estetica: era una carta d’identità.
Ed è anche per questo che, scrivendo Il Ragno e la Corona, ho dedicato molta attenzione agli abiti. Mi serviva ricostruire l’epoca, certo, ma specialmente a presentare i personaggi attraverso il modo di vestire.
Per saperne di più
Come sempre, l’articolo ha finalità divulgative. Alcuni aspetti sono stati necessariamente semplificati per rendere più accessibile un tema complesso, mantenendo però il più possibile l’aderenza alle fonti storiche. Questo articolo è stato scritto consultando, tra le altre, le seguenti fonti:
- Theatrum Sabaudiae (1682)
- Rosita Levi Pisetzky, Il costume e la moda nella società italiana

