Forestieri, botteghe e cittadinanza nella capitale dei Savoia

Immaginate di arrivare a Torino in una mattina del 1680. Avete lasciato il vostro paese e fatto diversi giorni di cammino. Nella vostra sacca ci sono pochi vestiti, qualche moneta e una lettera di raccomandazione scritta dal parroco o da un notabile del luogo da cui provenite. Davanti a voi si alzano le possenti mura della città, interrotte da porte presidiate da guardie.

Ma entrare a Torino non significa niente. Abitarci era abbastanza facile, appartenervi era tutta un’altra storia.

Nella capitale dei Savoia almeno un abitante su quattro era nato altrove. Eppure ottenere la cittadinanza era un privilegio raro, riservato a poche persone e conquistato soltanto dopo anni di permanenza, una reputazione impeccabile e il riconoscimento delle autorità cittadine.

Una capitale che attirava persone da ogni parte

Alla fine del Seicento Torino stava vivendo una fase di grande trasformazione. I duchi di Savoia investivano continuamente nel suo sviluppo. Si costruivano nuovi palazzi, conventi, caserme e botteghe; la corte cresceva e con essa aumentava la richiesta di funzionari, artigiani, commercianti e manodopera.

La città esercitava un forte richiamo. Arrivavano famiglie dalle campagne piemontesi, mercanti dalla Liguria e dalla Lombardia, religiosi, militari, professionisti e diplomatici. La Torino del 1680 era molto più cosmopolita di quanto immaginiamo oggi.

Ogni nuovo arrivato rappresentava una possibile risorsa, ma anche un potenziale problema. Poteva portare competenze preziose oppure diventare un peso per la comunità. Per questo l’ingresso nella vita cittadina veniva regolato con attenzione.

Le porte della città

Prima di cercare una casa o un lavoro, però, bisognava entrare.

Chi arrivava a Torino entrava da una delle quattro grandi porte urbane: Porta Palazzo, Porta Susina, Porta Nuova o Porta Po. Le guardie controllavano il passaggio delle persone e soprattutto delle merci.

Molti prodotti erano soggetti ai dazi, una delle principali entrate dello Stato e della città. Carri carichi di vino, grano, tessuti o bestiame venivano registrati e tassati prima di poter proseguire.

Per chi viaggiava da solo era più semplice, ma uno sconosciuto non passava comunque inosservato.

La reputazione apriva più porte del denaro

Nel Seicento non esistevano documenti d’identità come quelli attuali. Per questo motivo chi arrivava da lontano cercava spesso di presentarsi con una lettera di raccomandazione: poteva essere scritta dal parroco del paese, da un magistrato locale o da una persona influente. Era una garanzia che certificava l’identità del viaggiatore, ma soprattutto la sua affidabilità.

In un mondo dove quasi nessuno possedeva documenti personali come li intendiamo oggi, la fiducia viaggiava soprattutto attraverso le persone.

Cercare lavoro

Una volta entrati in città cominciava la parte più difficile: trovare un lavoro.

Nella Torino dell’epoca molti molti mestieri erano controllati dalle corporazioni, che regolavano la professione per falegnami, fabbri, calzolai, sarti, muratori, fornai e numerosi altri artigiani.

Le corporazioni stabilivano chi poteva aprire una bottega, come formare gli apprendisti, quali fossero gli standard del mestiere e, in alcuni casi, anche i prezzi.

Per un forestiero inserirsi richiedeva tempo. Spesso si iniziava come garzone o apprendista presso un maestro già affermato, costruendosi lentamente una reputazione. Solo dopo anni di lavoro era possibile aspirare a diventare maestro e aprire una propria attività.

Anche nel lavoro, insomma, la fiducia valeva quanto l’abilità.

Le prime notti in città

Chi non aveva parenti o amici trovava alloggio nelle locande.

Non erano alberghi come li immaginiamo oggi: erano luoghi rumorosi e affollati, dove si mangiava, si dormiva in camere condivise e si incontravano mercanti, pellegrini, soldati, corrieri e viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa. E dove spesso, se non si faceva attenzione, ci si ritrovava con la borsa vuota.

Per molti nuovi arrivati le locande rappresentavano il primo contatto con la città ed erano anche il luogo ideale per raccogliere informazioni, cercare lavoro o trovare qualcuno disposto a offrire un impiego.

Diventare cittadini

Per ottenere la cittadinanza torinese bisognava risiedere in città per dieci anni, presentare una richiesta formale al Comune, avere una buona reputazione, pagare determinate imposte e ottenere il riconoscimento da parte delle autorità locali.

Le concessioni erano poche. Tra la fine del Cinquecento e gran parte del Seicento il Comune concesse appena poche centinaia di cittadinanze, privilegiando spesso persone benestanti o particolarmente importanti per la vita economica e amministrativa della città.

Per tutti gli altri si poteva vivere, lavorare e mettere su famiglia a Torino senza essere considerati, almeno formalmente, cittadini torinesi.

Una città aperta, ma prudente

La Torino del 1680 non era popolata soltanto da piemontesi.

Nelle sue strade si incontravano francesi, lombardi, liguri, svizzeri, mercanti tedeschi, religiosi provenienti da altri Stati italiani e diplomatici delle principali corti europee. La presenza della corte sabauda rendeva la città molto più internazionale di quanto si possa immaginare. Passeggiando sotto i portici si potevano ascoltare lingue diverse e accenti provenienti da territori lontani.

Può sembrare una contraddizione: da una parte Torino aveva bisogno di nuovi abitanti per crescere; dall’altra non concedeva facilmente l’appartenenza piena alla comunità. In realtà le due cose convivevano perfettamente.

I Savoia volevano una capitale prospera e popolata, ma anche ordinata e controllabile. La reputazione personale, le relazioni costruite nel tempo e il contributo dato alla città contavano molto più del semplice luogo di nascita.

Diventare torinesi era un percorso, non una formalità.

Essere torinesi

Oggi cambiare città significa cercare una casa, firmare un contratto e aggiornare la residenza. Nel 1680 era l’inizio di un percorso molto più lungo: occorreva costruirsi una reputazione, trovare qualcuno disposto a fidarsi, imparare le regole della comunità e dimostrare, giorno dopo giorno, di meritare un posto in quella città.

Per questo, se un forestiero fosse entrato dalle porte di Torino con una sacca sulle spalle e poche monete in tasca, nessuno avrebbe potuto dire se un giorno sarebbe diventato davvero torinese.

Sarebbe stata la città, lentamente, a decidere.

Per saperne di più

Come sempre, l’articolo ha finalità divulgative. Alcuni aspetti sono stati necessariamente semplificati per rendere più accessibile un tema complesso, mantenendo però il più possibile l’aderenza alle fonti storiche. Questo articolo è stato scritto consultando, tra le altre, le seguenti fonti:

  • Storia di Torino, vol. IV, Einaudi (in particolare i contributi sulla cittadinanza e sulle corporazioni)
  • MuseoTorino – Forestieri e cittadinanza nella Torino moderna