Come si viveva davvero nella città dei Savoia
Quando si osserva la Torino del Seicento attraverso le incisioni ufficiali, come quelle del Theatrum Sabaudiae, si ha l’impressione di una città ordinata, composta, quasi elegante. Le nuove strade rettilinee e le piazze regolari riflettevano il progetto dei Savoia di costruire una capitale moderna e all’altezza delle grandi corti europee.

Ma si trattava della superficie. La città reale si capisce nei comportamenti, e nelle reti che tengono insieme le persone. Ed è lì che emergono gli usi e costumi di un mondo in cui ogni gesto ha un significato preciso.
Una società visibile: ordine, gerarchie e apparenza
La società torinese del Seicento era rigidamente strutturata, e questa struttura era immediatamente leggibile. Non serviva chiedere chi eri: lo si vedeva negli abiti, nei tessuti, nei colori, negli accessi che ti sono concessi. Le leggi suntuarie, diffuse anche negli Stati sabaudi, esistevano per impedire che i ceti inferiori imitassero quelli superiori. L’apparenza non era solo questione di vanità, ma anche e soprattutto di ordine sociale.
A questa gerarchia sociale si aggiungeva una gerarchia dello spazio. Torino cresceva, ma era ancora chiusa entro il cerchio delle fortificazioni, e questa pressione trasformava anche il modo di abitare. Accanto ai nuovi palazzi dell’espansione barocca si alzavano case da reddito di quattro o cinque piani, spesso ricavate sopra edifici più antichi. Nei sottotetti e negli appartamenti più angusti si ammassavano famiglie numerose, in condizioni igieniche precarie. La città ufficiale parlava di ordine, quella vera di affollamento, di cortili che si riempivano, di costruzioni che invadevano l’interno degli isolati.
Corporazioni: il lavoro come identità
Il lavoro costituiva attività economica e fornisce appartenenza. Le corporazioni di mestiere, spesso chiamate Arti, regolavano l’accesso alle professioni e organizzavano la vita produttiva della città. A Torino, come nel resto degli Stati sabaudi, erano ben documentate corporazioni legate ai mestieri più diffusi: fabbri e armaioli, fondamentali in una città militare; sarti e tessitori, legati alla produzione e al commercio dei tessuti; calzolai, tra le arti più popolari; fornai e panettieri; speziali (farmacisti), che trattano erbe, medicamenti e preparazioni.
Entrare in una corporazione significava avere accesso al lavoro, essere riconosciuti, far parte di una rete, ma anche accettare vincoli precisi: formazione lunga, controllo sulla qualità, limiti alla concorrenza, e chi restava fuori da questo sistema era molto più esposto e molto più fragile.
Le corporazioni non difendevano solo il mestiere: organizzavano fisicamente la città. Le botteghe tendevano a raggrupparsi nelle stesse vie, spesso note proprio per il lavoro che vi si svolgeva. Questo consentiva un controllo serrato su tecniche, materiali e prezzi. Non tutti i mestieri, però, godevano dello stesso prestigio: quelli che producevano cattivi odori, sporcizia o richiedevano molta acqua, come tintori, beccai e conciatori, venivano più facilmente spinti verso zone marginali (principalmente Borgo Dora). Anche così la città rendeva visibile il rango del lavoro.
Confraternite: fede e assistenza, identità e controllo sociale
Accanto alle corporazioni esistevano le confraternite, fondamentali nella vita cittadina. Non erano solo associazioni religiose, ma vere e proprie reti di solidarietà e identità. Organizzavano processioni e riti, assistevano i poveri e i malati, accompagnavano i morti e i condannati a morte, offrivano supporto ai membri in difficoltà.
Entrarvi significava avere una protezione e una comunità a cui fare riferimento, ma anche qui esisteva un controllo. La confraternita osservava la partecipazione, giudicava la reputazione, regolava i comportamenti. In una società in cui lo Stato non copriva tutto, queste istituzioni diventavano fondamentali per tenere insieme la città.
A Torino, istituzioni come la Confraternita della Santissima Annunziata o quella del Santissimo Sudario mostrano bene come la devozione fosse anche una forma di organizzazione sociale. Dietro il linguaggio della pietà c’erano assistenza, prestigio e disciplina.
Religione: una presenza continua
Nel Seicento la religione era una dimensione pubblica: le campane scandivano il tempo e le immagini sacre punteggiavano la città ovunque, ma la devozione non avveniva allo stesso modo per tutti.
Le classi più povere gravitavano più facilmente attorno a francescani, domenicani e ordini mendicanti, che si rivolgevano ai ceti bassi con predicazione, assistenza e presenza costante. Le chiese dei gesuiti o quelle frequentate dalla corte e dai ceti agiati, come San Lorenzo, San Carlo, Santa Teresa o San Francesco da Paola, attiravano più facilmente nobiltà, professionisti e borghesia. La religione univa la città, ma ne rifletteva anche le distanze sociali.
La città viveva scandita da un calendario ricchissimo di celebrazioni religiose e civili: feste patronali legate alle parrocchie, processioni penitenziali in momenti di crisi (carestie, epidemie), celebrazioni dinastiche legate ai Savoia, feste legate a eventi o santi particolarmente venerati, come la Vergine e San Giovanni, o il miracolo del Corpus Domini. Questi eventi trasformavano la città. Le strade si riempivano, le botteghe si fermavano o si adattavano, le confraternite sfilavano con abiti distintivi, ceri, insegne. Qui la gerarchia sociale si mostrava in tutta la sua evidenza, ma nella città si mescolava una componente popolare fatta di musica, cibo, incontri, tensioni.
La religiosità dell’epoca era profondamente legata alla vita di tutti i giorni, Per un torinese del 1680 era normale credere in un intervento reale del divino (o del diabolico) nella vita quotidiana. Il confine tra religione e superstizione era sottile, e si traduceva in gesti concreti come gli ex voto, presenti in chiese come la Consolata a seguito di una grazia ricevuta.
Le fonti del tempo testimoniano una mentalità in cui sogni, presagi e segni hanno valore, i fenomeni inspiegabili venivano interpretati simbolicamente e i racconti di eventi straordinari circolavano con facilità. Pensate all’effetto di una naturalissima eclissi di sole nel maggio del 1706 sui torinesi: “il Toro oscura il Sole, il protettore di Torino si impone sul Re di Francia, noi resisteremo all’assedio”.
Non era un mondo “irrazionale”, ma un mondo in cui il soprannaturale era considerato possibile. E questo influenzava profondamente il modo di vivere.
Vita quotidiana: una città vissuta insieme, e all’aperto
La vita si svolgeva in gran parte all’aperto. Le botteghe erano aperte sulla strada, i mercati erano sempre pieni, e come le osterie erano anche luoghi di incontro. Le case, soprattutto nei quartieri popolari, erano piccole e sovraffollate. Questo spingeva le persone nei cortili, nelle strade, negli spazi condivisi, e faceva sì che non esistesse una netta separazione tra pubblico e privato. Anche il tempo era diverso: scandito dalle campane, dalla luce, dal lavoro, dalle necessità.
La città parlava più lingue. Il francese dominava nella corte e nella diplomazia, l’italiano aveva il suo peso negli atti e nella cultura, ma il torinese restava la lingua più diffusa, usata anche da molti nobili nella conversazione quotidiana. E accanto ai nativi conviveva una popolazione in continuo movimento: muratori, cocchieri, cuochi, calderai, tessitori, guantai, artigiani venuti dalle campagne, dalle montagne o da oltre confine. Anche questo faceva parte degli usi e costumi: Torino era già una capitale che assorbiva uomini, lavori e parole.
La reputazione contava e andava difesa. Gli studi sulla giustizia sabauda mostrano una presenza diffusa di risse e scontri. Non sempre criminalità organizzata, ma reazioni immediate a insulti, debiti da pagare, tensioni personali. La giustizia interveniva, ma non ovunque e non sempre, molto veniva risolto di persona, e i nobili e i più ricchi potevano permettersi guardie personali con cui gestire questo genere di conti.
Nelle strade si sentivano carri, cocchi, portantine, fruste e ruote sul selciato; nelle osterie si giocava a carte, si discuteva e si improvvisavano cori. Il vino rosso paesano e il moscatello scorrevano abbondanti, mentre tra le curiosità più raffinate cominciavano a farsi largo rosolio, cioccolata e i primi caffè. Anche così la città mostrava le sue differenze: stessa piazza, ma consumi diversi, gusti diversi, mondi diversi.
Una città fatta di equilibri
La Torino del 1680 era una città di equilibri tra ordine e disordine, tra controllo e margine, tra visibilità e ombra. Le corporazioni regolavano il lavoro, le confraternite tenevano insieme la società, la religione dava senso agli eventi, la comunità osservava. E dentro questo sistema, ogni persona trovava… o perdeva… il proprio posto.
A prima vista, tutto questo sembra distante, eppure restano elementi familiari: il bisogno di appartenenza, la difesa della propria posizione, la ricerca di sicurezza. Cambiano le forme. Non sempre le tensioni.