Medici, speziali e rimedi nella capitale dei Savoia

È notte. La febbre non vi lascia dormire. Fuori, le campane di San Giovanni scandiscono le ore. Un familiare attraversa le strade quasi deserte di Torino con una lanterna in mano, diretto verso la bottega di uno speziale. Tra poco tornerà con una bottiglia di vetro piena di uno sciroppo scuro, preparato poche ore prima pestando erbe, miele e spezie nel mortaio. Che basti a salvarvi, nessuno può saperlo.

Immaginate di svegliarvi una mattina d’inverno con la febbre alta. Respirare è faticoso, la tosse non vi lascia tregua e ogni osso del corpo sembra dolere. Oggi chiamereste il medico, fareste qualche esame e uscireste da una farmacia con una terapia precisa. Nel 1680, invece, la vostra salute dipenderebbe da un equilibrio delicato tra scienza, esperienza, fede… e un pizzico di fortuna. Eppure sarebbe un errore pensare che la medicina dell’epoca fosse soltanto superstizione.

Proprio in quell’anno, infatti, Torino stava compiendo uno dei passi più importanti della sua storia sanitaria. Il 5 agosto 1680, per volontà della reggente Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, venne posta la prima pietra del nuovo Ospedale Maggiore di San Giovanni Battista, progettato da Amedeo di Castellamonte. Sarebbe diventato il più importante ospedale della capitale sabauda e uno dei più moderni del Piemonte. La città, insomma, stava cercando di curarsi meglio.

Gli ospedali del Seicento non erano soltanto luoghi di cura: accoglievano poveri, pellegrini, anziani, orfani e malati privi di assistenza. La religione era parte integrante del percorso terapeutico perché si pensava che curare il corpo significasse anche preparare l’anima. Per un torinese del 1680 la guarigione dipendeva dalle medicine, ma anche dalla preghiera, dalla carità e dalla fiducia nella Provvidenza.

Chi decideva se un medico fosse davvero un medico?

La sanità piemontese era organizzata in modo molto più rigoroso di quanto si immagini. Al vertice si trovava il Protomedico Generale di Sua Altezza, la massima autorità sanitaria dello Stato. Nel 1680 quell’incarico era ricoperto da Bartolomeo Torrini, professore dell’Università di Torino e medico personale della reggente. Suo padre, Giulio Torrini, aveva ricoperto lo stesso ruolo fino alla morte, avvenuta appena cinque anni prima, lasciando un’impronta profonda sulla medicina piemontese.

Il Protomedico non era soltanto il medico del Duca. Esaminava i candidati che volevano esercitare la professione di medico o chirurgo, autorizzava gli speziali, ispezionava periodicamente le farmacie e verificava la qualità dei medicamenti venduti nelle botteghe. In un certo senso riuniva funzioni che oggi appartengono contemporaneamente all’Ordine dei Medici, al Ministero della Salute e alle autorità sanitarie.

Medici, chirurghi e speziali: tre mestieri diversi

Nella medicina del Seicento esistevano tre professioni legate alla medicina, ciascuna con il suo percorso e le sue specialità. Il medico fisico, laureato all’università, visitava il paziente, formulava la diagnosi e prescriveva le cure. Il chirurgo interveniva sulle ferite, sulle fratture, sugli ascessi e, nei casi più gravi, praticava amputazioni. Era considerato più un uomo di mestiere che uno studioso. Infine c’era lo speziale, l’antenato del farmacista. Era lui a trasformare le prescrizioni del medico in medicinali reali.

Entrare in una spezieria torinese

Immaginate ora di entrare in una spezieria di Torino. Sugli scaffali si allineano decine di grandi vasi in maiolica dipinta. Sul banco sono appoggiati mortai di bronzo, pestelli, bilance di precisione e contenitori di vetro. L’aria è impregnata di aromi intensi: salvia, rosmarino, angelica, camomilla, cannella, chiodi di garofano, zafferano, resine, miele. Molte sostanze arrivano da lontano, attraverso Venezia e le grandi rotte commerciali del Mediterraneo.

Lo speziale pesa gli ingredienti con attenzione, li pesta nel mortaio e prepara sul momento sciroppi, unguenti, pillole, elettuari e decotti. La sua bottega è più di una farmacia: è un laboratorio chimico ante litteram. Vi si preparano medicinali, ma anche profumi, saponi, inchiostri, liquori medicinali e perfino cioccolata.

Anche la corte sabauda aveva il proprio farmacista. Nel 1668 Francesco Maria Masino fu nominato Speziale di Corte. Era lui a preparare i medicamenti destinati al Duca e alla sua famiglia.

Come si spiegavano le malattie?

La medicina del Seicento era ancora dominata dalla teoria dei quattro umori, formulata nell’antichità da Ippocrate e Galeno. Secondo questa concezione il corpo era governato dall’equilibrio tra sangue, flemma, bile gialla e bile nera. Quando uno di questi umori prevaleva sugli altri compariva la malattia. Per questo motivo molte cure non cercavano di eliminare il male, ma di ristabilire l’equilibrio dell’organismo.

Di questa teoria, la pratica più famosa e utilizzata ancora oggi è il salasso: se un eccesso di sangue causava la malattia, eliminarne una parte significava favorire la guarigione. Il salasso veniva praticato mediante piccole incisioni oppure con l’impiego delle sanguisughe. Oggi ne conosciamo i limiti, ma all’epoca era considerato uno dei trattamenti più razionali disponibili.

Il ricettario degli speziali torinesi

Negli ultimi decenni del Seicento la farmacia dell’Ospedale Mauriziano compilò un ricettario manoscritto oggi conosciuto come Il Lunghetto. Sfogliandolo si scopre una medicina sorprendentemente varia, con preparati ancora oggi comprensibili e altri che ci lasciano sbalorditi.

Tra le ricette troviamo uno Sciroppo di China radice, ottenuto dalla corteccia della Cinchona, una pianta proveniente dal Sud America. Gli speziali ignoravano il motivo della sua efficacia, ma avevano osservato che alleviava alcune febbri, soprattutto quelle malariche. Solo molti anni dopo da quella corteccia sarebbe stato estratto il chinino, destinato a rivoluzionare la cura della malaria.

Accanto a questo compare l’Ossimele, una preparazione di miele e aceto prescritta contro tosse e catarro, mentre per i pazienti debilitati veniva spesso preparata anche la semplice Acqua d’orzo, una bevanda nutriente e facilmente digeribile destinata ai malati con febbre.

Tra i preparati più celebri figurava poi la Teriaca, forse il medicinale più famoso dell’Europa moderna. Poteva contenere decine di ingredienti diversi: erbe officinali, spezie orientali, miele e perfino carne di vipera. Era considerata una sorta di rimedio universale contro avvelenamenti, epidemie e numerose altre malattie.

Il ricettario comprende anche sostanze che oggi ci sembrano inquietanti: oli ottenuti da animali, preparati minerali e perfino rimedi ricavati da parti del corpo umano! Tra i medicinali più preziosi figurava il Laudano, una tintura alcolica contenente oppio. Veniva impiegato per calmare il dolore, favorire il sonno, sedare la tosse e contrastare le violente diarree. Nessuno conosceva ancora il rischio della dipendenza. Per i medici del Seicento era semplicemente uno dei farmaci più efficaci che la natura mettesse a disposizione.

La medicina stava cambiando

Nel 1628 il medico inglese William Harvey aveva dimostrato la circolazione del sangue, mettendo in discussione convinzioni rimaste intatte per oltre mille anni. La rivoluzione scientifica era cominciata, e anche Torino si trovava in questo momento di passaggio. Da una parte continuava a insegnare Galeno, dall’altra iniziava lentamente ad affermarsi una medicina fondata sull’osservazione diretta e sull’esperienza.

È facile sorridere dei medici di allora pensando ai salassi o alla Teriaca, ma sarebbe ingiusto. Lavoravano con gli strumenti che possedevano, osservavano, sperimentavano, annotavano risultati. Molte delle loro convinzioni si sarebbero rivelate errate. Altre avrebbero posto le basi della medicina moderna. In fondo, ogni epoca è convinta di possedere le risposte definitive. Poi arriva una nuova scoperta e cambia di nuovo tutto.

Per saperne di più

Come sempre, l’articolo ha finalità divulgative. Alcuni aspetti sono stati necessariamente semplificati per rendere più accessibile un tema complesso, mantenendo però il più possibile l’aderenza alle fonti storiche. Questo articolo è stato scritto consultando, tra le altre, le seguenti fonti:

  • Angela Crosta, Il Lunghetto. Un ricettario della farmacia dell’Ospedale Mauriziano di Torino degli ultimi decenni del XVII secolo, Amici della Fondazione dell’Ordine Mauriziano
  • Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani, voci Giulio Torrini e Bartolomeo Torrini.
  • MuseoTorino, Francesco Maria Masino e la Regia Farmacia Masino
  • MuseoTorino, Ospedale Maggiore di San Giovanni Battista