Nel 1680 Torino non è ancora la capitale monumentale che oggi associamo ai grandi viali e alle prospettive infinite. È una città in piena trasformazione, tra medioevo e modernità. Dentro e attorno alle mura ci vivono tra i 35 e i 40.000 abitanti ed è la capitale del Ducato di Savoia. Il quattordicenne Vittorio Amedeo II di Savoia è formalmente duca, ma il governo della città e del Ducato è ancora sotto la reggenza della madre Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, la “Madama Reale”.
Torino è una città militare, amministrativa e di corte. E si sente . Urbanisticamente è una fortezza prima che una vetrina: mura bastionate, porte controllate, guarnigioni, e soprattutto la Cittadella, la grande macchina difensiva voluta dai Savoia già dal XVI secolo.
Dentro la cinta, l’impianto resta ordinato: una griglia che discende dal castrum romano e che i Savoia, nei secoli, “disciplinano” con ampliamenti successivi. Proprio negli anni di Maria Giovanna Battista si consolida l’ampliamento verso il Po: nasce la nuova Contrada di Po (via Po), asse porticato pensato per collegare Piazza Castello al ponte sul fiume. Piazza Carlina (Carlo Emanuele II) è il fulcro scenografico di quella crescita. E poco più in là, parte anche il cantiere di Palazzo Carignano: un progetto ambizioso che inizia nel 1679.

Dentro le mura, la città è compatta, densa, senza respiro. Fuori, orti, campi, e qualche borgo rurale. I più noti sono Borgo Dora, a nord (l’area che oggi associamo al Balòn), e lungo il Po zone povere e insalubri che nei secoli successivi verranno risanate: lì dove nell’Ottocento sorgeranno i Murazzi, c’è il malfamato Borgo Moschino.
Il cuore della città è il Palazzo Ducale, che diventerà poi Palazzo Reale di Torino. Intorno si addensano le sedi del potere: il Senato, la Zecca, le residenze nobiliari. Piazza Castello è uno spazio meno scenografico di quanto sarà nei decenni successivi (il Palazzo Madama ha ancora la di un castello medievale) ma già centro simbolico e politico. Poco più a sud, Piazza San Carlo è già il “salotto” di Torino: portici regolari, chiese gemelle, eleganza sabauda ancora giovane ma ambiziosa.


Ma basta allontanarsi di poche vie e andare verso nord ovest, nei quartieri della “Città Vecchia”, perché l’ordine lasci spazio alla realtà. Le strade sono in gran parte in terra battuta o acciottolate in modo irregolare. Quando piove diventano fango, d’estate polvere. Le case popolari sono alte, strette, con cortili interni dove si ammucchiano animali, attrezzi, rifiuti. L’odore è una componente strutturale della città: stalle, latrine svuotate nei canali di scolo. Il Po e la Dora sono risorse, ma anche fogne a cielo aperto.
La vita quotidiana è scandita dalle corporazioni: fornai, tessitori, armaioli, sellai. Torino non è ancora una capitale industriale; vive di artigianato, di commercio locale e soprattutto di burocrazia e di esercito. La presenza militare è massiccia: soldati nelle caserme, ufficiali a cavallo, pattuglie sulle mura. E sullo sfondo c’è la politica delle grandi potenze: nel 1680 il ducato è ancora schiacciato dall’influenza francese, ma la frizione crescerà fino alla guerra aperta contro la Francia. In questi anni una delle grane maggiori da risolvere, per la Madama Reale, sono le rivolte nell’area di Mondovì per una questione di gabelle (la “guerra del sale”) che aumentano i disordini e l’instabilità politica.
La religione è ovunque, il controllo ecclesiastico è capillare. Ci sono confraternite, processioni, predicatori itineranti. L’Inquisizione è meno feroce che in epoche precedenti, ma la sorveglianza morale resta forte. L’eresia valdese, nelle valli alpine, è considerata ancora un pericolo.
La corte sabauda, però, vuole apparire moderna. Sotto la reggenza di Maria Giovanna Battista si investe in architettura e immagine: Torino è un cantiere a scatti, dove l’austerità militare convive con lampi di ambizione barocca. È il preludio a ciò che esploderà nel Settecento, ma nel 1680 la città non ha ancora “vinto” la sua battaglia contro fango e paura.

Dal punto di vista sociale, la stratificazione è netta. Nobiltà e alta borghesia gravitano attorno alla corte. Esiste una borghesia di notai, medici, mercanti. Poi c’è il popolo: manovali, servitori, lavandaie, piccoli ambulanti. E infine un sottobosco fatto di mendicanti, prostitute, piccoli ladri. La giustizia è severa: prigioni dure, pene corporali frequenti, esecuzioni pubbliche che fungono da spettacolo e deterrente.
La lingua parlata non è l’italiano. A corte si usa un francese elegante; negli atti ufficiali domina il latino o un italiano amministrativo; per strada si parla piemontese, con inflessioni diverse tra città e campagne.
Torino nel 1680 è dunque una città di confine e di tensione. È una città che si prepara. Si irrobustisce, si disciplina, si mette in posa. Sotto la superficie ordinata delle piazze barocche, però, restano fango, paura e ambizione.
Ed è in questa città che si muove un bambino di strada come Gustìn.