Quando si trattava di rubare, Gustìn guardava prima le mani, poi le facce.
Le mani dicevano chi aveva soldi in tasca, chi li teneva stretti per paura di perderli e chi era abbastanza distratto da farseli portare via senza nemmeno accorgersene. Dicevano anche quanto fosse prudente qualcuno, se sapeva difendersi o se si credeva intoccabile solo perché aveva le scarpe buone e il cappello pulito. E poi c’erano mani che consigliavano di voltarsi subito da un’altra parte, anche quando uscivano da maniche lise e abiti da straccione.
Le facce a Gustìn servivano dopo, per capire come prendere chi aveva davanti.
A Torino bastava poco per finire male. Uno sbirro con troppa voglia di farsi notare, un inciampo durante la fuga, e ti ritrovavi dritto nelle Carceri Senatorie, o con le costole rotte per mano di qualcuno da cui sarebbe stato meglio stare alla larga. Per questo Gustìn preferiva quasi sempre la lingua alle dita. Con la gente di buon cuore bastava suscitare pietà, con quella ben vestita la vanità funzionava meglio. Se lo trattavano male, il senso di colpa dava buoni frutti. Alla fine loro si svuotavano le tasche quasi da soli, e lui stava lontano dai guai un po’ più a lungo.
Quella mattina, però, aveva fame sul serio, e per strada non vedeva mani che valessero il rischio. Quando andava così, conveniva puntare sul facile.
Conosceva già le osterie dove qualche serva dal cuore tenero gli lasciava un pezzo di pane o una scodella di zuppa, ma al mattino non c’erano avanzi da passare. Poi c’erano le elemosine dei preti, che Gustìn teneva come ultima risorsa, con l’Oratorio di San Filippo in cima alla lista dei meno peggio: finché ci riusciva, voleva cavarsela da solo.
Si spostò in Piazza delle Erbe.
Tra le bancarelle si vendeva quel che offriva l’inverno: porri, rape, cipolle, zucche, mele, castagne. La gente passava stretta nei mantelli, imprecava per il freddo, tirava sul prezzo, litigava per niente. Sotto i portici i librai esponevano i volumi più belli ai clienti con i guanti buoni. Più in là, due soldati stavano con le alabarde sulle spalle e le facce annoiate.
Ai piedi della Torre Civica si era formato un cerchio di gente. Gustìn allungò il collo e capì subito: un bottegaio che aveva fatto bancarotta veniva costretto a battere le chiappe nude sulla panca di pietra, tra le risate degli spettatori e i banditori già pronti a spartirsi quel che restava dei suoi beni.
Gustìn si tenne alla larga. Dove c’era un mercante “andato dal culo” c’era almeno uno sbirro del Vicario che ce l’aveva portato. Quel giorno era meglio stare lontani dalle tasche altrui: anche un colpo da niente rischiava di finire a schiaffi e calci. O con una notte in cella.
Intorno a lui correvano le chiacchiere del mercato. Alla Ruota della Fortuna l’oste allungava il vino con troppa acqua. La figlia di Messer Campanaccio andava al Po con un barcaiolo di Borgo Moschino. Davanti a Sant’Agostino c’era scappato il morto in una lite tra ubriachi, ma qualcuno giurava che invece era stato un regolamento di conti tra un pezzo grosso delle Vipere e il capo di una banda nuova. Gustìn ascoltava a metà. Le chiacchiere gli interessavano solo quando poteva
finirgli in tasca qualcosa.
Da via delle Fragole vide arrivare una coppia di contadini. L’uomo aveva le spalle larghe e la schiena piegata sotto un sacco di farina. Sua moglie portava un cestino coperto da un panno: uova, quasi di sicuro.
Gustìn si avvicinò con l’aria più innocente che gli veniva.
«Cerèa, monsù. Cerèa, madamin.»
I due si voltarono insieme.
«A quest’ora fate ancora in tempo a spuntare un prezzo buono, se non vi fate fregare da chi capisce che arrivate da fuori.»
Il contadino lo guardò di traverso. «E tu come lo sai?»
«Perché a Torino ci vivo, e quelli come voi si riconoscono da lontano. Vi guardano le scarpe, sentono come parlate, e vi pagano la metà.»
Mentre parlava, Gustìn lanciò un’occhiata oltre la spalla della coppia. Dalla folla che si disperdeva dopo la punizione del mercante stava uscendo uno sbirro. I monelli di Torino lo chiamavano Patèla, Percossa, per le patèle che distribuiva a chi gli finiva tra le grinfie. A Gustìn era successo più volte di quanto ricordasse.
«Se volete, posso portarvi da uno onesto, che compra e non vi fa perdere tempo» continuò, e intanto non perdeva di vista lo sbirro.
«E tu cosa vorresti in cambio?»
«Un uovo ogni dozzina, monsù.»
Non stava facendo nulla di illegale, e se anche Patèla si fosse accorto di lui e avesse voluto prenderlo in castagna, sarebbe rimasto con un pugno di mosche.
«D’accordo» cedette la moglie del contadino.
«Benissimo!»
Gustìn li guidò tra i banchi, da un bottegaio che conosceva e che ogni tanto comprava uova per rivenderle alle cucine di una locanda.
«Merce buona» disse al bottegaio. «Fresca di stamattina.»
Quello scostò il panno, prese un uovo, lo guardò in controluce, ne tastò un altro con il pollice.
«Dipende dal prezzo.»
«Dipende da quanto volete fare il tirchio.»
L’uomo sbuffò, trattò un poco, e alla fine mise in mano a Gustìn le monete pattuite. Gustìn le passò al contadino, che le contò, guardò la moglie, poi annuì.
«La lingua non ti manca» disse.
«Nemmeno la fame» rispose Gustìn.
La contadina gli porse le tre uova che gli spettavano.
«Che il Signore ti accompagni.»
Gustìn pensò che, se il Signore aveva tempo da perdere con il mercato, allora doveva essere una giornata strana. Fece un cenno del capo e salutò.
Solo quando ebbe svoltato dietro due banchi di verdura si concesse di guardare indietro. Patèla non si vedeva da nessuna parte: meglio così.
Scambiò un uovo con mezza pagnotta da un garzone di forno e tirò dritto fino ai portici. Si accoccolò contro il muro, ruppe il primo uovo sul gradino e se lo rovesciò in bocca. Il secondo andò giù insieme al pane.
Per il momento, gli era andata bene.
