Il mattino sapeva di rugiada e di erba tagliata, ma Gustìn non aveva tempo per annusarlo.
Correva, e non per gioco: sulle spalle aveva due pale da scavo che gli sbattevano contro le costole, e ogni respiro era un coltello rovente in gola.
«Lo sapevo!» si lamentò Brunone alle sue spalle, il sacco degli attrezzi che gli rimbalzava sulla schiena facendo sdleng sdleng. «Lo sapevo che finiva male!»
«Zitto e corri!» ringhiò Serafina. Il mantello le s’impigliò in un ramo, lo strappò via senza fermarsi.
Il sentiero scendeva lungo il fiume, tra salici bassi e cespugli spinosi. I rami graffiavano le gambe, le ortiche pungevano le mani. A quell’ora non c’era anima viva. Solo loro.
E quelli che li inseguivano: quattro sagome scure contro la luce dell’alba, troppo dritte e veloci.
Non erano contadini. Non erano guardie.
Non erano amici.
Ruggine filava davanti a tutti, poi si fermava di scatto e si voltava scodinzolando, come per dire: forza, vediamo se mi prendete! Gustìn avrebbe voluto urlargli di smetterla, che non era una gara e nemmeno uno scherzo, ma il fiato gli serviva tutto per respirare.
«Tagliamo verso il Valentino» gridò Serafina. «Chiediamo aiuto alle guardie!»
«Sparano a vista. Altro che aiuto» ribatté Gustìn.
«E tu come lo sai?»
«Uccia. Dice che a lei è capitato.»
«A tua zia capita tutto!» esclamò Serafina.
Brunone scosse la testa, senza rallentare: «Il Valentino è troppo lontano. Ci prendono prima.»
«Ruggine non doveva difenderci?» Appena disse quelle parole, Gustìn se ne pentì, ma era la paura che parlava.
«Avevo detto che era una pessima idea» tornò
a lamentarsi Brunone. «Rubare ai ladri… siamo diventati ladri di ladri!»
Un urlo strozzato li zittì. Veniva da dietro. Il rumore delle foglie calpestate li raggiungeva come un’onda.
Ci prendono. Stavolta ci prendono davvero.
Gustìn si vide già disteso a terra, con le mani legate. Immaginò un’ombra con un bastone che si allungava su di lui.
«E se molliamo gli attrezzi?» La voce di Brunone, stremata dalla corsa, sembrava fare su e giù a ogni falcata.
«Magari non vogliono gli attrezzi! Magari hanno capito che anche noi stiamo cercando il tesoro!»
Tesoro. Fino al giorno prima era un gioco.
Ora era una trappola.
Serafina saltò giù da un piccolo argine e scomparve. Un attimo dopo la sua voce sibilò tra i cespugli: «Qui! Svelti!»
Gustìn e Brunone la seguirono senza pensare. Ruzzolarono sotto un grande albero storto.
Il tronco era vuoto, le radici che affioravano dal terrapieno formavano una tana. Vi si buttarono graffiandosi le mani, stringendosi tra le radici. Il sacco degli attrezzi rimase incastrato un istante, poi Brunone riuscì a tirarlo dentro. Ruggine li raggiunse per ultimo, si accucciò con il fiato caldo e polveroso. Scodinzolava ancora, ma gli occhi erano tondi e allarmati.
Gustìn tremava. Non per il freddo. Sulla guancia gli bruciava un graffio e non riusciva a ricordare dove se l’era fatto. Stringeva le pale tra le braccia.
Non doveva andare così. Doveva essere un’avventura, una scoperta.
E invece siamo qui, nascosti come topi. Con gente pericolosa alle calcagna.
E la colpa è mia. Ho avuto io l’idea.
Ho fatto il piano. Ho convinto tutti.
Se ci facciamo male, sarà colpa mia.
Brunone ansimava forte, Serafina gli tappò la bocca con una mano. Il sacco era lì in mezzo a loro, pieno di corde, ganci, lampade. Attrezzi per scavare, per scendere dove nessuno dovrebbe mai andare. Roba da esploratori, sì.
Ma loro?
Loro erano solo tre bambini con un cane e un’idea assurda.
E il tesoro, o qualunque cosa ci fosse davvero sotto le Millefonti, sembrava più lontano che mai.
Gustìn strinse i denti. Non poteva aver paura.
Non voleva aver paura.
Fino a un giorno prima, non avrebbe mai immaginato di finire così: nascosto sotto un albero con degli attrezzi rubati, il fiato corto e il cuore in gola, e una sola domanda in testa.
Come abbiamo fatto a cacciarci in questo guaio?
Torino, 2 settembre 1680
