Carnevale, Torino, febbraio 1680.
La corte è riunita per i festeggiamenti. Fra nobili, dignitari e diplomatici, gli occhi non sono rivolti soltanto agli spettacoli. Si osserva Madama Reale. Si guarda a chi parla, chi avvicina, chi distingue dagli altri.
L’abate Jean-François d’Estrades, ambasciatore di Luigi XIV, nota qualcosa che considera degno di essere comunicato direttamente a Versailles: la «préférence que Madame de Savoye a donnée a mr. de Masin a la veue de tout sa cour». Madama Reale ha mostrato la propria preferenza per Carlo Francesco Valperga di Masino davanti a tutta la corte.
Per noi potrebbe sembrare pettegolezzo. Per d’Estrades era informazione politica.
Raccomandazioni, clientele, ambasciatori e intrighi alla corte di Madama Reale
Nel 1680, se avevate bisogno di un incarico, di una pensione, di un’esenzione, di una licenza o semplicemente che qualcuno ascoltasse una vostra richiesta, sapere dove si trovava il Palazzo Ducale serviva fino a un certo punto. La vera domanda era un’altra: chi conoscevate?
O, ancora meglio: chi conoscevate che fosse in grado di parlare con qualcuno abbastanza vicino alla persona che decideva?
Perché il potere sabaudo non passava soltanto attraverso decreti e consigli. Passava attraverso anticamere, lettere, parentele, protezioni, amicizie, matrimoni e favori. In altre parole: attraverso una rete.
Chi comandava davvero nel 1680?
Formalmente, il duca di Savoia era Vittorio Amedeo II. Il 14 maggio 1680 compì quattordici anni e, secondo le regole dinastiche, entrò nella maggiore età. Sua madre, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, avrebbe quindi dovuto cedergli il potere.
Lo fece, almeno formalmente.
Vittorio Amedeo dichiarò infatti di voler lasciare ancora il governo alla madre e accettò pubblicamente il progetto matrimoniale che lo avrebbe unito alla cugina Isabella Luisa di Braganza, erede presuntiva del Portogallo. Gli storici leggono oggi questa scelta come un atto di realismo politico: il giovane duca non disponeva ancora della forza necessaria per sottrarsi alla madre. La reggenza, insomma, continuava.
E proprio nel 1680 la corte iniziava a dividersi sempre più nettamente tra chi dipendeva dal favore di Madama Reale e chi cominciava a guardare al giovane duca come al sovrano del futuro.
Il potere aveva anche un volto: Carlo Francesco Valperga di Masino
Se c’è un personaggio che racconta bene il funzionamento della corte sabauda di quell’anno è Carlo Francesco Valperga di Masino. Era giovane, ambizioso e già molto vicino alla reggente. Maria Giovanna Battista lo aveva nominato nel 1677 gentiluomo di camera del figlio e negli anni successivi la sua influenza era cresciuta rapidamente. Nel 1680 era ormai il favorito di Madama Reale.

La cosa non passò inosservata.
Durante le feste di Carnevale del 1680, l’ambasciatore francese Jean-François d’Estrades riferì direttamente a Luigi XIV della evidente preferenza concessa dalla duchessa a Masino davanti all’intera corte. È un dettaglio prezioso, perché mostra che a corte il favore doveva essere visibile: chi sedeva più vicino, chi accompagnava il sovrano, chi veniva chiamato nelle stanze private, chi riceveva un incarico.
Ogni gesto aveva un significato politico, e la corte era una società nella quale tutti osservavano tutti.
Le anticamere contavano quasi quanto la sala del trono
Nella cultura di corte del Seicento, avvicinarsi fisicamente al sovrano significava avvicinarsi al potere. Le cariche di corte non erano quindi soltanto decorative: gentiluomini di camera, scudieri, paggi, maggiordomi e ufficiali di palazzo avevano accessi differenti agli spazi della famiglia ducale. E l’accesso era una forma di capitale politico.
Gli studi sulla corte sabauda mostrano come il servizio al principe servisse anche a disciplinare e integrare la nobiltà piemontese: entrare nella corte significava ottenere prestigio, occasioni di carriera e soprattutto la possibilità di costruire relazioni. Non è un caso che proprio nel 1679-1680 si lavorasse a un nuovo regolamento del cerimoniale di corte, il cosiddetto Regolamento Bianco, che stabiliva funzioni, precedenze e accessi.
In una monarchia d’Antico Regime, sapere chi poteva entrare in quale stanza era più di una questione di galateo. Era politica.
Il favore poteva cambiare molto rapidamente
Prima di Valperga di Masino, la figura dominante accanto a Madama Reale era stata un’altra. Il marchese Thomas François Chabod de Saint-Maurice era stato uno degli uomini più potenti del governo sabaudo, mentre il figlio Carlo Cristiano aveva avuto a sua volta un rapporto strettissimo con la reggente. Il padre faceva parte del Consiglio di reggenza dal 1677.
Fra il 1679 e il 1680, però, i Saint-Maurice furono progressivamente allontanati da Torino: Valperga li aveva sostituiti.
Questo rende molto bene la natura della corte: una carica poteva essere stabile, il favore no, e perdere il favore significava spesso perdere anche influenza politica.
E se non eri abbastanza vicino alla corte?
Allora avevi bisogno di qualcuno che lo fosse. Il sistema delle raccomandazioni non era considerato necessariamente corrotto come lo giudicheremmo oggi. Era uno dei modi normali attraverso cui funzionava la società. Una persona offriva protezione, un’altra offriva servizio, fedeltà, informazioni o appoggio.
Le famiglie nobili costruivano per generazioni reti di relazioni con funzionari, militari, ecclesiastici e altre famiglie. La corte, in questo senso, era il punto più alto di una piramide di clientele.
È anche per questo che molte carriere sembrano quasi dinastiche: figli, fratelli, cognati e nipoti entravano nelle stesse reti politiche.
Un esempio perfetto: Ignazio Solaro di Moretta
Nel maggio del 1680 il giovane Ignazio Solaro di Moretta, appena diciottenne, fu nominato gentiluomo di camera. Era figlio di Carlo Gerolamo Solaro, gran maestro dell’artiglieria sabauda, e apparteneva a una famiglia già inserita profondamente nei circuiti del potere.
Il suo caso permette di comprendere una cosa fondamentale: la corte non era soltanto il luogo dove si esercitava il potere, era anche il luogo nel quale si formavano le future élite. Entrare da giovani nel servizio personale del duca significava costruire relazioni che potevano durare per tutta la vita.
Gli ambasciatori: diplomatici e osservatori professionisti
Tra le persone che osservavano più attentamente questi movimenti c’erano gli ambasciatori stranieri. Il più interessante per il nostro 1680 è proprio Jean-François d’Estrades, rappresentante di Luigi XIV a Torino.
La sua missione non consisteva semplicemente nel consegnare lettere ufficiali. Doveva capire chi fosse in ascesa, chi stesse perdendo influenza, quali decisioni stessero maturando e quali fossero i veri sentimenti del giovane duca. Già nel 1679 descriveva Vittorio Amedeo come un principe naturalmente chiuso e segreto, i cui pensieri reali erano difficili da penetrare: una frase straordinaria, se pensiamo che Vittorio Amedeo aveva appena tredici anni. La futura “volpe savoiarda” stava già imparando una delle qualità fondamentali del suo mestiere: non mostrare ciò che pensava davvero.
Torino sotto gli occhi della Francia
La presenza di d’Estrades ci ricorda un altro elemento essenziale: la corte di Torino non viveva isolata. Lo Stato sabaudo si trovava fra Francia, Spagna e Impero ed era troppo importante geograficamente per essere ignorato.
La storiografia sulla corte sabauda sottolinea proprio come, tra Sei e Settecento, la capitale fosse seguita attentamente dai governi europei e dagli agenti diplomatici che vi operavano. Non solo francesi. I vicini a est, la Lombardia, rendevano conto alla Spagna, e un po’ più in là c’era la Repubblica di Venezia, quindi l’Impero e gli Asburgo.
Un matrimonio, una nomina o il favore concesso a un cortigiano potevano quindi avere conseguenze internazionali.
Il matrimonio portoghese: il più grande gioco politico del momento
Nel 1680 nessuna questione era più importante delle nozze di Vittorio Amedeo II con Isabella Luisa di Braganza. Il progetto aveva una portata enorme.

Isabella Luisa era considerata erede del Portogallo. Sposandola, Vittorio Amedeo avrebbe potuto diventare re. Ma c’era un problema: avrebbe dovuto lasciare il Piemonte. E mentre il duca fosse stato a Lisbona, Maria Giovanna Battista avrebbe potuto continuare a governare Torino.
Le trattative erano state condotte fra il 1676 e il 1680 e il progetto fu reso pubblico proprio quando Vittorio Amedeo raggiunse la maggiore età.
Per alcuni era un’occasione dinastica straordinaria, per altri era quasi una minaccia all’indipendenza politica dello Stato sabaudo.
Le fazioni cominciano a formarsi
Intorno al giovane duca si raccoglievano lentamente persone insofferenti alla prosecuzione del potere materno. Queste tensioni esploderanno apertamente soltanto nel 1682. Uno dei protagonisti sarà Carlo Ludovico Emilio San Martino di Parella, nobile, militare e gentiluomo di camera.

Nel 1682 tenterà di organizzare una congiura per rovesciare Maria Giovanna Battista e consegnare il governo al figlio. Il piano prevedeva persino la formazione di nuclei armati nel Canavese. Non vi dico come andò a finire: è possibile trovarlo in rete, ma io vi propongo di scoprirlo leggendo “il Ragno e la Corona”, che è ambientato proprio durante quel periodo di tensioni.
Il palazzo come teatro politico
Per comprendere la corte seicentesca dobbiamo abbandonare una distinzione molto moderna fra “politica” e “vita privata”. A corte quasi nulla era completamente privato: un posto assegnato durante una cerimonia, una visita, un ballo, un matrimonio, un incarico, una precedenza… perfino il modo in cui la duchessa mostrava pubblicamente la propria preferenza per un cortigiano diventava materiale da riferire a Versailles.
La corte era quindi anche uno spettacolo. Ma era uno spettacolo nel quale la scenografia distribuiva potere reale.
E le donne?
Nel caso della Torino del 1680 la domanda è particolarmente importante perché al centro dell’intero sistema c’era una donna.
Maria Giovanna Battista non governava semplicemente “al posto” del figlio.

Costruì una propria rete politica e personale e utilizzò gli strumenti normali della sovranità seicentesca: nomine, alleanze familiari, patronato e controllo della corte.
Le ricerche più recenti sulla diplomazia d’Antico Regime hanno inoltre mostrato quanto le reti femminili potessero fungere da canali politici informali, attraverso parentela, corrispondenza e intercessione.
In un mondo nel quale l’accesso personale era fondamentale, una persona capace di arrivare alla sovrana poteva avere un’influenza molto maggiore di quanto suggerisse il suo titolo ufficiale.
Quindi, come si otteneva davvero un favore?
Immaginiamo di essere un piccolo nobile piemontese nel 1680 e di voler ottenere un incarico militare per nostro figlio.
Scrivere direttamente a Madama Reale potrebbe non servire a nulla. Molto meglio trovare qualcuno che abbia accesso a un gentiluomo di camera. Oppure a un ministro. Oppure al favorito del momento.
Quel protettore presenterà la nostra richiesta e noi, in cambio, entreremo nella sua rete di fedeltà. Forse un giorno saremo noi a poter raccomandare qualcun altro: il favore produce un altro favore, ed è così che la rete cresce.
Il paradosso del potere assoluto
Chi guardava da fuori poteva pensare che tutto il potere fosse nelle mani della sovrana. In un certo senso era vero, ma per arrivare a quella mano bisognava attraversarne molte altre: segretari, gentiluomini, favoriti, parenti, ambasciatori, ministri, amici, clienti.
È forse questo il paradosso più interessante della monarchia assoluta: il vertice del potere era molto stretto, ma le strade che conducevano fin lassù erano affollatissime.
E nella Torino del 1680 sapere chi conosceva chi poteva essere importante quasi quanto sapere quale legge fosse in vigore.
Per saperne di più
Questo articolo è stato scritto consultando, tra le altre, le seguenti fonti:
- Geoffrey Symcox, La reggenza della seconda Madama Reale (1675-1684), in Giuseppe Ricuperati (a cura di), Storia di Torino. IV. La città fra crisi e ripresa (1630-1730), Einaudi, 2002.
- Maurizio Gentile, La corte di Maria Giovanna Battista, nello stesso volume.
- Paola Bianchi, La corte dei Savoia: disciplinamento del servizio e delle fedeltà, in I Savoia: i secoli d’oro di una dinastia europea.
- Andrea Merlotti, Cerimoniale e cerimonie alla corte sabauda negli anni di Maria Giovanna Battista. Riflessioni sul Regolamento Bianco (1679-1680) fra immagine e realtà, in Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours. Stato, capitale, architettura, Olschki, 2021.
- Toby Osborne, «Nôtre grand dessein»: il progetto di nozze fra Vittorio Amedeo II e l’infanta Isabella Luisa (1675-82), pubblicato all’interno del volume collettivo Portogallo e Piemonte. Nove secoli (XII-XX) di relazioni dinastiche e politiche.