Gustìn ha imparato che, nell’arte del furto, il vero “valore” di una possibile vittima lo dà le mani. Sono quelle che identificano la classe sociale a cui si appartiene: rovinate, screpolate e dure, sicuramente un uomo abituato alla fatica; curate, morbide e pulite e di certo il proprietario ha abbastanza denaro da permettersi qualcuno che lavori per lui. I vestiti possono ingannare. Le mani no. Ma quella mattina, le mani sulle quali ha messo gli occhi non valgono il rischio di essere preso dalle guardie, e magari finire al fresco per una notte. Eppure, una soluzione alla fame tremenda che sente la deve trovare. Ed ecco che appare quello che sta aspettando. Un uomo sta attraversando i portici: a prima vista si direbbe uno che non se la passa meglio di lui. Scarpe rotte, mantello liso e cappello sporco; eppure, le mani mal si addicono a una persona vestita a quella maniera: niente calli, unghie perfette e pelle senza neanche un graffio. E poi il modo di camminare: testa bassa, sguardo a terra e corpo rasente ai muri, come a voler prevenire qualsiasi attacco a sorpresa alle spalle. “Uno che ha soldi, se si concia il qual modo” pensa Gustìn, mentre lesto si mette alle sue calcagne, prudente come un’ombra…
È la Torino del tardo Seicento a fare da sfondo al nuovo romanzo di Luca Buggio, che può essere considerato prequel della sua trilogia La Città delle Streghe, La città dell’assedio e La città dei santi. Protagonista un giovanissimo Gustìn, appena tredicenne, che una mattina incontra – in maniera del tutto rocambolesca e non prevista – Nèbia, capo della banda dei Ragni. Un incontro che, se da un lato permetterà a Gustìn di avere una vita un po’ più “tranquilla” poiché entrato in una banda, dall’altro rappresenta uno schema di vita troppo rigido per Gustìn, abituato a ragionare con la propria testa e non prendere solo ordini dall’alto. Un racconto che amalgama la Storia con la fantasia, rendendo plausibili i protagonisti e i luoghi inseriti; una narrazione che, come i fili di una ragnatela, si allontana solo all’apparenza per poi ricongiungersi attorno a un centro, fulcro dell’intera storia. Un libro che può essere letto senza dover conoscere gli altri libri dell’autore collegati alla storia, poiché i protagonisti e le vicende vengono strutturate in maniera organica e in modo tale da fornire un quadro generale anche a lettori neofiti. Un plauso va fatto alla costruzione dei personaggi secondari: Tampardù, Gramigna, Vigio, Patèla e gli altri sono costruiti in modo tale da avere caratteristiche proprie in grado di apportare qualcosa alla storia, e non come semplici comparse a sostegno dell’impalcatura letteraria. Infine, risulta utile la cartina di Torino nelle ultime pagine che permette a chi non ha dimestichezza con il capoluogo piemontese, di potersi orientare e avere un’immagine dei luoghi della storia; un orientamento che, invece, viene a mancare per alcune parole in torinese inserite nel testo: il loro significato, per quanto intuibile dal contesto, avrebbe meritato una nota esplicativa o una traduzione.
(Simona Latorrata)
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