Dalle ultime preghiere nelle case ai sepolcri sotto le chiese: come la Torino barocca accompagnava i suoi morti.
Immaginate di attraversare Torino in una mattina di novembre del 1680. Le campane di una chiesa suonano a morto. Da una casa escono alcune persone vestite a lutto. Qualcuno si ferma, si fa il segno della croce, poi riprende il proprio cammino.
È una scena immaginaria, ma perfettamente plausibile nella Torino di allora, in cui la morte non era nascosta dietro le porte di ospedali e camere mortuarie, né relegata nei grandi cimiteri che conosciamo oggi.
Quando la morte arrivava in casa
Nel 1680 Torino era una città che si ampliava e si trasformava, ma nella quale le condizioni di vita rimanevano molto diverse secondo il ceto sociale.
La morte poteva arrivare per malattia, per le complicazioni di un parto, per un incidente o per una delle numerose infezioni che la medicina dell’epoca non era in grado di curare efficacemente.
Per un cattolico del Seicento, tuttavia, la preoccupazione non riguardava soltanto il corpo. Era fondamentale preparare anche l’anima.
Quando una persona sembrava prossima alla fine, la famiglia poteva chiamare un sacerdote perché amministrasse i sacramenti destinati ai morenti: la confessione, la comunione come viatico e l’estrema unzione. Non si trattava di gesti secondari. Morire riconciliati con Dio rappresentava una delle principali aspirazioni del fedele.
Nelle abitazioni più modeste, dove spesso più persone condividevano gli stessi ambienti, tutto si svolgeva sotto gli occhi dei familiari. Nei palazzi aristocratici, invece, il morente poteva essere assistito in una camera privata, circondato da parenti, domestici e religiosi. Anche di fronte alla morte, insomma, la differenza tra ricchi e poveri rimaneva evidente.
Le campane annunciavano una perdita
Quando qualcuno moriva, la notizia si diffondeva attraverso le persone che frequentavano la casa e il suono delle campane, che erano una componente essenziale del paesaggio sonoro cittadino. Segnavano le ore della preghiera, convocavano i fedeli e accompagnavano i momenti più importanti dell’esistenza. Il loro suono funebre annunciava il decesso e invitava la comunità a pregare per il defunto.
Il corpo veniva preparato per la sepoltura secondo le possibilità economiche della famiglia e le consuetudini religiose. Potevano seguire una veglia, le preghiere e il trasporto verso la chiesa.
Per una famiglia benestante, le esequie potevano diventare una manifestazione pubblica di prestigio, con un apparato cerimoniale più ricco, numerosi religiosi e celebrazioni solenni. Per una famiglia povera, l’accompagnamento era necessariamente più semplice. Eppure, per entrambi, il funerale aveva un significato che andava oltre il commiato: era l’inizio di un percorso spirituale nel quale i vivi continuavano ad avere un ruolo.
Le confraternite: qualcuno che accompagnasse anche gli ultimi
Un elemento caratteristico della Torino seicentesca era la presenza di confraternite e associazioni religiose laicali. La loro diffusione era cresciuta soprattutto dalla seconda metà del Cinquecento, quando Torino era diventata capitale ducale e la Controriforma aveva contribuito a trasformare profondamente la vita religiosa cittadina. Le confraternite riunivano persone che partecipavano a pratiche di devozione e opere di assistenza. Alcune erano legate a mestieri o gruppi sociali, altre a particolari forme di carità.
Nel mondo cattolico dell’epoca, accompagnare i defunti, pregare per le loro anime e assicurare una sepoltura dignitosa a chi rischiava di esserne privato erano opere di misericordia particolarmente importanti.
Questo aspetto rende la Torino del Seicento molto diversa dalla città contemporanea.
La morte non riguardava soltanto la famiglia. Poteva coinvolgere la parrocchia, le comunità religiose, le associazioni dei fedeli e un’intera rete di relazioni che contribuiva a definire l’identità sociale di ciascun individuo.

Quelle figure incappucciate che attraversavano Torino
Durante le cerimonie religiose e le processioni, i membri di molte confraternite indossavano un abito particolare, chiamato cappa o sacco: una lunga veste, talvolta accompagnata da un cappuccio che poteva coprire anche il volto. A un osservatore moderno, un gruppo di uomini incappucciati che percorre una strada al seguito di una croce potrebbe apparire inquietante. Per un torinese del Seicento, invece, era un’immagine riconoscibile della vita religiosa cittadina.
Gli abiti variavano secondo le confraternite. Il colore, i simboli e le insegne permettevano di distinguere le diverse associazioni, mentre la veste comune esprimeva l’appartenenza a una comunità di fedeli.
Il cappuccio, quando veniva utilizzato, poteva assumere anche un significato penitenziale e di umiltà. Nascondere il volto ricordava che, davanti a Dio, il rango e la ricchezza del singolo dovevano passare in secondo piano. Non tutte le confraternite adottavano lo stesso abbigliamento e non tutti i loro membri partecipavano alle cerimonie con il volto coperto. Ma queste figure vestite di sacco facevano parte dell’immaginario religioso dell’Italia barocca.
Immaginiamo dunque un corteo che attraversa una strada della Torino del 1680. Davanti procede una croce, seguita da alcuni confratelli con le loro cappe. Altri partecipanti accompagnano il defunto verso la chiesa, mentre i passanti si fermano al suono delle preghiere: la morte non era solo un fatto privato, ma un avvenimento che poteva coinvolgere visibilmente la comunità cittadina.
Il particolare più sorprendente: i morti erano sotto i piedi dei vivi
Oggi, quando pensiamo a un cimitero torinese, immaginiamo uno spazio separato dalle abitazioni, con viali, lapidi e tombe. Nel 1680 non era così. A Torino i defunti venivano sepolti prevalentemente all’interno delle chiese o negli spazi funerari adiacenti.
Il Duomo, per esempio, disponeva di sepolture sotterranee e di un piccolo cimitero sul lato meridionale. Nelle altre chiese cittadine, lo spazio disponibile era spesso limitato. Si ricorreva quindi anche a sepolture sotterranee, cripte e ambienti destinati a raccogliere i resti dei defunti. Questo significa che, entrando in una chiesa torinese per assistere alla messa, un fedele poteva camminare sopra le sepolture di persone morte anni o decenni prima.
Non era considerato qualcosa di sconveniente. Al contrario, la vicinanza a un luogo consacrato era profondamente desiderata. Essere sepolti in una chiesa significava continuare a riposare in uno spazio nel quale si celebravano messe e si recitavano preghiere. La separazione fisica fra il mondo dei vivi e quello dei morti, alla quale oggi siamo abituati, era molto meno netta. E proprio questo particolare ci aiuta a comprendere quanto fosse diversa la mentalità del tempo.
Anche nella tomba esistevano le differenze sociali
La sepoltura non cancellava le distinzioni della società. Le famiglie aristocratiche e più facoltose potevano disporre di sepolcri propri, talvolta associati a cappelle e monumenti commemorativi. La memoria del casato, del suo rango e dei suoi legami religiosi continuava così anche dopo la morte. Per chi non disponeva delle stesse risorse, la sepoltura poteva avvenire in spazi comuni.

La differenza non riguardava soltanto la posizione della tomba. Anche il numero delle celebrazioni religiose, la solennità delle esequie e la possibilità di commissionare messe in suffragio dipendevano dalle disponibilità della famiglia e dalle disposizioni lasciate dal defunto.
Questo non significa che i poveri fossero esclusi dalla vita religiosa o dalla commemorazione dei morti. Significa, piuttosto, che il denaro poteva influire sensibilmente sul modo in cui una persona veniva accompagnata e ricordata. Il desiderio di assicurarsi preghiere dopo la morte poteva persino influenzare le decisioni prese durante la vita, attraverso lasciti e disposizioni testamentarie.
Il Purgatorio: perché i vivi continuavano a pregare per i morti
Per comprendere davvero i funerali del 1680 bisogna ricordare un aspetto centrale della religiosità cattolica: la dottrina del Purgatorio. Secondo l’insegnamento della Chiesa, molte anime, prima di raggiungere il Paradiso, dovevano attraversare uno stato di purificazione. I vivi potevano aiutarle attraverso le preghiere, le messe e le opere di carità offerte in loro suffragio.
Una vedova poteva far celebrare una messa per il marito. Un figlio poteva pregare per i genitori. Una famiglia poteva continuare a ricordare i propri antenati attraverso celebrazioni religiose.
La paura dell’aldilà non era necessariamente paura dei fantasmi o di apparizioni soprannaturali. Era soprattutto il timore della sorte dell’anima, del giudizio divino e delle sofferenze che si riteneva potessero attendere dopo la morte: questo è importante per comprendere il Seicento senza trasformarlo in un’epoca popolata soltanto di superstizioni.
Il 2 novembre nella Torino del 1680
La Commemorazione di tutti i fedeli defunti, celebrata il 2 novembre, era già da secoli parte della tradizione liturgica cattolica. Nella Torino del 1680, come nelle altre città cattoliche, la giornata era dedicata alla preghiera per le anime dei morti, in particolare per quelle del Purgatorio.
Bisogna però evitare un equivoco. Non dobbiamo immaginare i torinesi del 1680 intenti a visitare il Cimitero Monumentale o San Pietro in Vincoli, portando fiori sulle tombe come facciamo oggi.
Quei luoghi non esistevano ancora come cimiteri cittadini. Il Cimitero Monumentale sarebbe stato aperto nell’Ottocento. San Pietro in Vincoli e San Lazzaro furono invece istituiti soltanto nel 1777, quasi un secolo dopo l’epoca che stiamo raccontando. Nel Seicento la memoria dei morti era ancora strettamente legata alle chiese, alle parrocchie, alle cappelle familiari e alle celebrazioni religiose.
La giornata del 2 novembre non coincideva quindi con una visita ai grandi camposanti moderni, ma con una forma di commemorazione nella quale la preghiera occupava un posto centrale.
Quando Torino decise di allontanare i morti dalle chiese
La situazione cambiò profondamente nel corso del Settecento. La presenza delle sepolture negli edifici religiosi e nelle aree densamente abitate aveva conseguenze igieniche sempre più difficili da ignorare. Lo spazio era limitato, le fosse potevano saturarsi e le condizioni di conservazione dei corpi creavano problemi sanitari.
Nel 1777, sotto Vittorio Amedeo III, Torino avviò una riforma decisiva: la cessazione delle inumazioni nelle chiese e la realizzazione di due nuovi cimiteri fuori dalle fortificazioni. Nacquero così San Pietro in Vincoli, presso la Dora, e San Lazzaro, verso il Po. Era un cambiamento che riguardava molto più della semplice organizzazione delle sepolture.
Per secoli i morti avevano riposato nel cuore religioso della città, sotto le chiese frequentate ogni giorno dai loro discendenti. Ora venivano progressivamente trasferiti in spazi appositamente destinati a loro. Torino cominciava a separare ciò che per generazioni era rimasto unito.
Una città che viveva accanto ai propri morti
Torniamo, per un momento, a quella mattina immaginaria del novembre 1680. Un piccolo corteo attraversa una strada della città. Qualcuno si affaccia da una finestra. Le campane suonano. I familiari accompagnano il defunto verso una chiesa. Fra poco, il corpo verrà affidato alla terra o a una sepoltura sotterranea. I vivi torneranno alle loro occupazioni. Le botteghe riapriranno, i mercanti continueranno a contrattare, i bambini torneranno a giocare. Eppure, per quella comunità, il rapporto con il defunto non sarà concluso. Resteranno le preghiere, le messe, gli anniversari, il ricordo tramandato ai figli. E resterà, soprattutto, una vicinanza che oggi può sorprenderci. Nella Torino del 1680 i morti non abitavano ai margini della città. Riposavano nel suo cuore, sotto i passi dei vivi.
Per saperne di più
- MuseoTorino, Cimitero di San Pietro in Vincoli: ricostruzione della riforma funeraria del 1777 e delle precedenti pratiche di sepoltura nelle chiese.
- Città di Torino, Ex Cimitero di San Pietro in Vincoli: storia del provvedimento di Vittorio Amedeo III e della costruzione dei nuovi cimiteri.
- Diocesi di Torino, approfondimento storico sui cimiteri torinesi, pubblicato nel 2017.
- Maria Teresa Silvestrini, La Chiesa, la città e il potere politico, in Storia di Torino, volume IV, La città fra crisi e ripresa (1630–1730), Einaudi, 2002: quadro delle istituzioni religiose e delle confraternite cittadine.
- Luigi Cibrario, Storia di Torino, volume II, 1846: testimonianza storiografica sulla nascita dei cimiteri esterni alle mura.
- Atlante di Torino, sezione dedicata ai cimiteri: informazioni sulle sepolture nelle chiese, nei sotterranei e negli spazi adiacenti.
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