Sette luoghi sorprendenti della città nel 1680
Se potessimo tornare indietro nel tempo e passeggiare per Torino nel 1680, probabilmente cercheremmo subito Palazzo Ducale, il Duomo o le grandi chiese barocche. Questa volta, però, proviamo a fare il contrario.
Lasciamo da parte i monumenti e andiamo a cercare i luoghi della vita quotidiana. Quelli dove si comprava il cibo, si macinava il grano, si produceva la polvere da sparo. Seguiamo i canali che attraversavano la città, entriamo in un quartiere nel quale alcune persone erano state appena obbligate a trasferirsi e arriviamo fino a una Torino nuova che, proprio in quegli anni, stava nascendo verso il Po.
Alcuni di questi luoghi sono ancora riconoscibili, altri sono completamente scomparsi. E qualcuno si trova ancora sotto i nostri piedi.
1. Piazza delle Erbe: il grande mercato nel cuore della città
Cominciamo da un luogo che esiste ancora. L’attuale piazza Palazzo di Città era la piazza delle Erbe e costituiva da secoli uno dei principali centri commerciali di Torino. Accanto si trovavano altri spazi specializzati: la piazzetta del burro, quella del Corpus Domini e quella di San Rocco.
Qui arrivavano ortaggi e frutta, prodotti caseari, olio, carne e pesce d’acqua dolce. Altre merci avevano i loro mercati: cereali in piazza San Carlo, vino, legna, carbone, fieno e paglia in piazza Carlina; pollame, uova e selvaggina davanti al Duomo. Dobbiamo quindi dimenticare per un momento la piazza ordinata che conosciamo oggi.
Immaginiamola invece piena di banchi, ceste e carretti. Contadini arrivati dalla campagna, venditori che gridano, compratori che contrattano. Animali. Verdure. Formaggi. Carne. Pesci. E soprattutto odori. La Torino del Seicento era una città che si sentiva con tutto il corpo.
Al centro di questo mondo sorgeva già il nuovo Palazzo Civico, costruito tra il 1659 e il 1663 su progetto di Francesco Lanfranchi. Il porticato regolare che oggi caratterizza la piazza, invece, è settecentesco.
Dov’è oggi?
Piazza Palazzo di Città. Chi vi passa oggi sta attraversando uno dei più antichi luoghi di mercato di Torino.

Piazza Palazzo di Città, oggi
2. Il ghetto: nel 1680 era appena nato
Da piazza delle Erbe dirigiamoci verso la nuova espansione orientale della città. Qui incontreremmo qualcosa che per i torinesi dell’epoca era praticamente una novità. Il 2 agosto 1679, appena un anno prima della nostra passeggiata immaginaria, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours aveva emanato l’editto che istituiva il primo ghetto ebraico di Torino. Il documento originale è ancora conservato all’Archivio di Stato. Fino ad allora gli ebrei torinesi avevano abitato in diverse zone della città. Adesso venivano obbligati a trasferirsi in uno spazio preciso.
L’isolato scelto era quello dell’antico Ospedale dei Mendicanti, nell’area compresa fra le attuali vie Maria Vittoria, Bogino, Principe Amedeo e San Francesco da Paola, poco distante da piazza Carlina.
L’editto è particolarmente interessante perché conserva persino il ragionamento della reggente. Un primo progetto prevedeva infatti di relegare la popolazione ebraica in un luogo più periferico, ma venne giudicato troppo lontano dall’abitato per permettere alle famiglie di sostentarsi. Si scelse quindi una sistemazione più centrale.
Famiglie che fino a pochissimo tempo prima abitavano altrove stanno trasferendo qui le proprie vite. I cancelli vengono chiusi dal tramonto all’alba. È importante non trasformare questo luogo in una semplice curiosità della Torino antica. Il ghetto racconta qualcosa di molto concreto sulla società dell’epoca: il potere stabiliva non soltanto quali diritti avesse una persona, ma anche dove potesse vivere.
Dov’è oggi?
L’isolato fra via Maria Vittoria, via Bogino, via Principe Amedeo e via San Francesco da Paola. La struttura del vecchio ghetto è ancora leggibile nel tessuto urbano.

il Ghetto
3. I Molassi: la macchina che dava da mangiare a Torino
Adesso cambiamo completamente scenario e usciamo verso nord. Superata Porta Palazzo e raggiunta la Dora, il rumore della città cambia. Sentiamo l’acqua, e poi un rumore ritmico e continuo: quello delle ruote dei mulini. Sono i Molassi, i grandi mulini comunali della Dora: costituivano il più importante impianto cittadino per la macinazione delle granaglie. Sorgevano sulla riva destra del fiume ed erano alimentati da un ramo d’acqua incanalato.
Ma il nostro 1680 è particolarmente interessante. Nel 1679 la città aveva deciso di potenziare i Molassi per aumentare e razionalizzare la macinazione delle diverse qualità di grano. Su progetto dell’ingegnere cittadino Rocco Antonio Rubatto, fu aggiunta una terza serie di ruote. Se arrivassimo qui nel 1680, vedremmo quindi un impianto appena ampliato.
Non dimentichiamo che Maria Giovanna Battista stava governando un Piemonte colpito da una grave crisi alimentare: le carestie interessarono il territorio proprio fra il 1677 e il 1680. In anni simili, un mulino era un’infrastruttura strategica.
Dov’è oggi?
Nell’area di Borgo Dora, presso l’attuale via Andrea Pisano. Degli antichi impianti rimangono soltanto tracce e strutture appartenenti soprattutto alle trasformazioni successive.
4. La fabbrica che poteva esplodere
Restiamo in Borgo Dora, ma questa volta non seguiamo il profumo della farina. Seguiamo l’acqua verso un’attività decisamente più pericolosa. Qui Torino produceva polvere da sparo. La decisione di trasferire in questa zona la produzione risaliva a Emanuele Filiberto: tra il 1580 e il 1582 una precedente “moleria”, utilizzata per fabbricare armi da taglio, venne destinata alla produzione della polvere.
La scelta non era casuale. La forza dell’acqua permetteva di azionare gli impianti e tenere una simile attività lontana dal centro urbano riduceva almeno in parte le conseguenze di eventuali incidenti. E ancora una volta siamo fortunati con la cronologia: la polveriera era stata ampliata nel 1673.
Possiamo addirittura sapere qualcosa del suo aspetto perché si conserva una planimetria del complesso realizzata da Rocco Antonio Rubatto intorno al 1674. È quasi una fotografia tecnica del luogo appena sei anni prima della nostra passeggiata. E ci ricorda una cosa che spesso dimentichiamo quando immaginiamo una città barocca: Torino non era fatta soltanto di palazzi, chiese e carrozze, ma era anche una città che produceva. E alcune delle cose che produceva potevano saltare in aria.
Dov’è oggi?
Sempre nell’area di Borgo Dora, dove in seguito sarebbe sorto l’Arsenale. La storia del luogo ebbe peraltro un epilogo impressionante: nel 1852 l’esplosione dei depositi distrusse parte delle strutture.

5. La città dell’acqua scomparsa
A questo punto dobbiamo fermarci e ascoltare. Perché c’è un suono della Torino antica che oggi abbiamo quasi completamente perduto. L’acqua corrente. Torino e il suo territorio erano attraversati da una rete di canali e bealere che portavano l’acqua là dove serviva e, soprattutto, fornivano energia. Uno dei più importanti era il Canale dei Molassi, derivato dalla Dora e attestato almeno dal XIV secolo. Attraversava la zona corrispondente alle attuali via del Fortino e via Borgo Dora.
L’acqua faceva girare mulini e battitoi, ma non solo. Le fonti successive ricostruiscono lungo il sistema dei canali una vera costellazione produttiva: concerie, folloni, filatoi, cartiere, fucine e, naturalmente, la polveriera. Alcune canalizzazioni seicentesche sono state ritrovate persino durante scavi archeologici moderni nell’area di Borgo Dora.
Perciò, se potessimo ascoltare Torino nel 1680, probabilmente sentiremmo l’acqua molto più di quanto la sentiamo oggi. E non sarebbe soltanto parte del paesaggio. Sarebbe energia: in un mondo senza motori elettrici, l’acqua era una delle forze che facevano lavorare la città.
Dov’è oggi?
Gran parte di questo sistema è stato coperto o cancellato. Il Canale dei Molassi correva fra le attuali via del Fortino e via Borgo Dora.
6. Un ospedale in costruzione.
Torniamo verso la città e dirigiamoci nella zona orientale. Se cercassimo l’Ospedale Maggiore di San Giovanni Battista che conosciamo dalle epoche successive, nel 1680 lo troveremmo… in costruzione.
La fondazione del nuovo ospedale risale infatti proprio al 1680. Maria Giovanna Battista volle trasferire l’antica istituzione in una zona più aperta, a ridosso delle mura orientali, ritenuta maggiormente adatta alla funzione ospedaliera. Il progetto fu affidato ad Amedeo di Castellamonte e il primo nucleo venne avviato dall’ingegnere Gian Francesco Baroncelli.
La costruzione sarebbe durata moltissimo. Il complesso che oggi possiamo osservare è il risultato di interventi proseguiti nel Settecento; nel 1680 vedremmo soltanto l’inizio di quella trasformazione. Ed è interessante osservare come questa scelta si inserisca in un programma molto più ampio.
Negli stessi anni il governo di Madama Reale affrontava la crisi alimentare, il pauperismo, il problema dell’assistenza, la sistemazione della popolazione ebraica e la riorganizzazione dello spazio urbano. La Torino barocca, insomma, non stava semplicemente diventando più bella, ma anche più organizzata.
Dov’è oggi?
Via Giolitti 36. L’antico Ospedale Maggiore ospita oggi il Museo Regionale di Scienze Naturali.

Ospedale Maggiore – ricostruzione
7. Porta di Po: dove la città stava diventando moderna
Terminiamo la nostra passeggiata andando verso il Po. Ed è forse il luogo migliore per capire che il 1680 è un momento di trasformazione urbana straordinario.
Nel 1673 era iniziato il secondo ampliamento di Torino verso est, progettato da Amedeo di Castellamonte. Una nuova grande strada doveva collegare piazza Castello al fiume: la Contrada di Po, l’attuale via Po. Lungo la strada si costruivano palazzi porticati secondo un disegno uniforme. E alla sua estremità stava nascendo un nuovo ingresso monumentale alla città.
La Porta di Po, o Porta Eridana, venne progettata da Guarino Guarini intorno al 1679. Quindi fermiamoci un momento. Siamo nel 1680. Via Po non è ancora quella che conosceranno i torinesi delle generazioni successive. Palazzi, isolati e strutture monumentali stanno sorgendo. La nuova porta appartiene allo stesso presente nel quale stiamo camminando: Torino è, letteralmente, un cantiere.
Oltre la porta si raggiunge il Po e il vecchio ponte che per secoli costituì l’unico attraversamento del fiume presso la città. Quel ponte, costruito agli inizi del Quattrocento e continuamente riparato a causa dei danni provocati dalle acque, sarebbe sopravvissuto fino all’inizio del Settecento. Da qui un viaggiatore del 1680 avrebbe potuto voltarsi, e vedere contemporaneamente due Torino: alle sue spalle, la città antica. Davanti a lui, quella nuova.

Una città sotto la città
Alla fine della nostra passeggiata possiamo tornare nel presente. Piazza delle Erbe è diventata piazza Palazzo di Città, il ghetto non è più un ghetto, le grandi ruote dei Molassi hanno smesso di girare, la polveriera è scomparsa, i canali sono stati coperti, l’Ospedale di San Giovanni è diventato un museo, Porta di Po è stata demolita.
Eppure quasi tutti questi luoghi sono ancora lì: o, almeno, è ancora lì lo spazio che occupavano. Forse è questo uno degli aspetti che amo maggiormente quando cerco di ricostruire la Torino nella quale sono ambientati i miei romanzi. Una città non scompare davvero quando i suoi edifici vengono demoliti.
Rimane nella forma delle strade. Nei confini degli isolati. In un cortile. In una deviazione apparentemente inspiegabile. A volte persino qualche decina di centimetri sotto l’asfalto: nel 1997, durante i lavori in piazza Vittorio Veneto, sono state ritrovate le fondazioni della Porta di Po.
Ed è allora che una passeggiata per Torino può diventare qualcosa di diverso. Possiamo camminare nella città di oggi e, conoscendo ciò che dobbiamo cercare, cominciare a intravedere quella del 1680. Quella che non c’è più e che, in qualche modo, è ancora tutta intorno a noi.
Per saperne di più
Per questo articolo mi sono documentato soprattutto sul sito di MuseoTorino, che permette di incrociare schede storiche, cartografia e bibliografia, e l’Archivio di Stato di Torino – editto del 2 agosto 1679, particolarmente prezioso perché consente di leggere direttamente il documento con cui venne istituito il ghetto. Per il quadro politico e sociale della reggenza rimane fondamentale Geoffrey Symcox, La reggenza della seconda Madama Reale (1675-1684), in Giuseppe Ricuperati (a cura di), Storia di Torino, IV. La città fra crisi e ripresa (1630-1730), Einaudi, 2002, insieme alla voce di Andrea Merlotti dedicata a Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours nel Dizionario Biografico degli Italiani.