Giustizia e paura nella Torino del 1680

Come si combatteva il crimine nella capitale dei Savoia

Se una sera del 1680 ti avessero derubato mentre attraversavi una strada di Torino, probabilmente non avresti avuto molte possibilità di recuperare la borsa. Avresti cercato qualcuno che conoscesse il Vicario, oppure uno degli uomini incaricati di mantenere l’ordine. Se eri fortunato, il colpevole sarebbe stato riconosciuto da qualcuno del quartiere. Se eri meno fortunato, il furto sarebbe diventato semplicemente un’altra storia da raccontare in osteria, perché la Torino del Seicento non conosceva una polizia come la intendiamo oggi… eppure, sarebbe un errore immaginarla come una città senza legge. Al contrario: i Savoia stavano costruendo uno Stato sempre più organizzato, e la giustizia rappresentava uno degli strumenti più importanti con cui il potere cercava di governare la città.

Il Vicario: il volto della giustizia

Nel 1680 il punto di riferimento della giustizia criminale cittadina era il Vicario di Torino: era il rappresentante diretto dell’autorità ducale per tutto ciò che riguardava l’ordine pubblico e la repressione dei reati. Nel suo ufficio arrivavano denunce, testimonianze, interrogatori, verbali e suppliche. Intorno a lui lavoravano notai, scrivani e personale incaricato di trasformare ogni procedimento in una documentazione accurata.

Siamo portati a immaginare il Seicento come un’epoca dominata dall’arbitrio. In realtà gli Stati sabaudi producevano una quantità enorme di documenti giudiziari, molti dei quali sono ancora oggi conservati all’Archivio di Stato di Torino. Ogni processo lasciava una traccia.

La giustizia camminava per le strade

Il Vicario non lavorava da solo. Dipendevano da lui uomini armati incaricati di pattugliare la città, arrestare i sospetti, notificare ordini e accompagnare i detenuti. Fino al 1679 si chiamavano Cavalieri di Virtù: la Madama Reale li ribattezzò Cavalieri Politici: è probabile che i Torinesi dell’epoca avessero nomignoli più popolari che non ho trovato nelle fonti consultate. Il loro numero era veramente esiguo: appena otto persone, che di sicuro si avvalevano di qualche aiutante quando era necessario fronteggiare bande criminali.

In più, ogni quartiere conosceva i suoi abitanti. Le botteghe, le osterie, i mercati erano luoghi dove tutti osservavano tutti. Uno sconosciuto attirava l’attenzione. Un forestiero che faceva troppe domande veniva ricordato. Una lite difficilmente passava inosservata. La giustizia si appoggiava anche su questa fitta rete di conoscenze .

Il carcere non era la pena

Nel Seicento il carcere non rappresentava quasi mai la condanna definitiva, ma serviva soprattutto a trattenere l’imputato durante le indagini o nell’attesa del processo. La pena vera arrivava dopo. Poteva essere una multa, il bando dal territorio, la galera, la fustigazione pubblica o, nei casi più gravi, la condanna a morte.

Carcere e galera nel Seicento non erano sinonimi. Il carcere era un luogo di custodia con lo scopo di impedire la fuga dell’imputato. Ci finivi in attesa del processo, durante le indagini, in attesa dell’esecuzione della sentenza. In altre parole, il carcere non era quasi mai la pena, anche se poteva durare pochi giorni, oppure settimane o mesi. Per questo motivo le carceri erano spesso sporche, sovraffollate, malsane e specialmente prive di qualsiasi intento “rieducativo”. L’idea moderna del carcere come pena nascerà soprattutto tra Settecento e Ottocento, con le riforme illuminate (si pensi a Beccaria) e poi con il sistema penitenziario moderno.

La galera, invece, era una condanna. Il termine deriva dalle galee, le grandi navi da guerra del Mediterraneo, dove i condannati venivano destinati come rematori sulle navi oppure, quando il sistema navale cambiò, ai lavori forzati negli arsenali e nelle strutture militari.

Essere “condannato alla galera” significava quindi perdere la libertà, essere costretto a lavori durissimi, vivere in condizioni estremamente pesanti… e spesso per molti anni. Era una delle pene più severe dopo la condanna a morte.

La confessione valeva più di ogni altra prova

Nel diritto dell’Antico Regime la confessione occupava un posto centrale. Ottenere l’ammissione di colpa significava rafforzare in modo decisivo il processo Quando gli indizi erano considerati gravi ma mancava una confessione, il giudice poteva autorizzare il ricorso alla tortura giudiziaria.

Oggi questo ci appare inconcepibile. È importante però ricordare che non si trattava, almeno nelle intenzioni della legge, di uno strumento arbitrario. Esistevano procedure, limiti e autorizzazioni precise.

Tra i metodi più diffusi negli Stati italiani figuravano i cosiddetti tratti di corda, nei quali l’imputato veniva sollevato con le braccia legate dietro la schiena, provocando dolori intensissimi e spesso gravi lesioni. Anche questa pratica racconta una mentalità profondamente diversa dalla nostra: l’obiettivo principale del processo era ottenere una confessione, non scoprire la verità. All’epoca le due cose coincidevano.

Tutti erano uguali davanti alla legge?

In teoria la giustizia ducale riguardava tutti. Nella pratica, il denaro, la posizione sociale e le relazioni continuavano a fare la differenza. Un nobile disponeva di strumenti economici e protezioni che un facchino o un garzone non possedevano. Anche la reputazione aveva un peso enorme: essere conosciuti come persone rispettabili poteva influenzare la credibilità di una testimonianza. Al contrario, vivere ai margini della società significava partire spesso in una posizione di svantaggio. La giustizia rifletteva, in fondo, la struttura stessa della società.

Punire per governare

I Savoia stavano trasformando Torino in una capitale moderna. Costruire nuovi palazzi e nuove strade non bastava. Occorreva convincere cittadini, mercanti e ambasciatori che la città fosse governata da un’autorità forte, capace di garantire ordine e sicurezza. La giustizia aveva anche questo compito. Ogni arresto, ogni processo pubblico, ogni esecuzione ricordava che il potere del duca non si limitava ai palazzi di corte, ma arrivava fino ai vicoli della città vecchia. Era un linguaggio comprensibile a tutti.

Una città dove la legge aveva un volto

Oggi immaginiamo la giustizia come un sistema fatto di codici, tribunali e procedure impersonali. Nella Torino del 1680 aveva ancora il volto delle persone: il Vicario che interrogava, il notaio che scriveva, gli uomini armati che percorrevano le strade, il quartiere che osservava, le campane che richiamavano la popolazione durante un’esecuzione. Era una giustizia severa, profondamente diversa dalla nostra, ma già parte di uno Stato che cercava di consolidare la propria autorità attraverso regole, documenti e controllo del territorio.

Per saperne di più

Questo articolo è stato scritto consultando, tra le altre, le seguenti fonti:

  • Theatrum Sabaudiae (1682)
  • Atti della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti
  • Leonardo Mineo, Al servizio della giustizia ed al bene del pubblico. Tradizione e conservazione delle carte giudiziarie negli Stati sabaudi (secoli XVI-XIX).
  • Archivio di Stato di Torino, fondi del Vicariato e della Giudicatura criminale .