Una vita, tante vite…

Torino si sveglia quando il cielo sopra le mura è ancora grigio.

Dalle porte della città entrano i primi carri. Le ruote affondano dove il selciato lascia spazio al fango, i conducenti tengono le bestie con la voce bassa, per non farsi subito odiare da chi dorme sopra le botteghe. Arrivano dalle campagne vicine con cavoli, uova, fascine, qualche gallina legata per le zampe. Chi deve vendere al mercato sa che perdere la prima ora significa trovare il posto peggiore.

Un contadino si ferma a una porta. Mostra ciò che deve mostrare, paga dove deve pagare. La città ha fame, ma non lascia entrare nulla senza controllo. Le gabelle pesano su ogni merce e, attorno a quelle tasse, cresce una piccola arte del raggiro: un cesto coperto meglio degli altri, un sacco dichiarato per quello che non è, una conoscenza giusta nel punto giusto.

Nelle case più povere, intanto, qualcuno è già sveglio. Un ragazzo scende da un sottotetto con le mani ancora intorpidite. Vive con altri, troppi per lo spazio che hanno. Prima di vedere il maestro deve aprire la bottega e preparare gli attrezzi. Se lavora da un fabbro, il primo odore della giornata è quello del carbone. Se sta da un calzolaio, trova cuoio e pece. Se serve un fornaio, deve muoversi in fretta, perché il pane non aspetta nessuno.

L’apprendista impara guardando. E imparare, spesso, significa tacere. Nella bottega il maestro decide tutto, specialmente il futuro. Lì dentro un ragazzo può guadagnarsi un mestiere, oppure restare anni a portare acqua, pulire, correre da una strada all’altra con commissioni che non sempre capisce. Le corporazioni regolano chi può lavorare, come deve farlo, quanto vale una merce. Proteggono il mestiere, ma tengono anche fuori chi non ha un maestro, una garanzia, una famiglia capace di sostenerlo.

Quando il sole arriva tra i tetti, la città è già in moto. Le botteghe si aprono sulla strada. Il lavoro non resta nascosto dietro una porta: si vede, si sente, occupa il passaggio. I sarti mostrano stoffe e tagli. I falegnami lasciano trucioli vicino alla soglia. I venditori gridano abbastanza da farsi sentire, senza irritare troppo il vicino che grida a sua volta.

In certe zone, i mestieri tendono a raccogliersi. Chi cerca un oggetto sa dove andare, chi deve far riparare qualcosa conosce la contrada giusta. Alcuni lavori restano più ai margini, perché portano puzza, scarti, acque sporche: tintori, conciatori, beccai. La città mostra il rango anche così, spingendo lontano ciò che serve ma disturba.

A metà mattina Piazza delle Erbe è piena. Una serva compra per la casa in cui lavora e contratta fino all’ultimo denaro, perché a fine giornata qualcuno le chiederà conto di tutto. Una donna con la mantella nera passa tra i banchi senza fermarsi troppo. Un bambino si infila tra due adulti, prende una mela già ammaccata e corre via prima che il venditore decida se inseguirlo o maledirlo soltanto. Le guardie vigilano, ma non possono vedere tutto. E le voci si sovrappongono, tra i venditori che richiamano i clienti al banchetto e quelli che contrattano sul prezzo.

Il mercato è utile proprio perché è confuso. Le notizie arrivano lì prima che nei palazzi: chi è malato, chi ha litigato, chi deve denaro, quale nobile sta vendendo un pezzo di terra, quale soldato è stato visto all’osteria sbagliata.

Non tutti parlano allo stesso modo. Il piemontese tiene insieme la strada. Il francese passa nelle bocche della corte, dei diplomatici, di chi vuole farsi riconoscere come vicino al potere. L’italiano compare negli atti, nelle prediche più curate, nei libri, nelle formule ufficiali. Poi ci sono gli accenti di chi arriva dalle valli, dalle campagne, da fuori Stato: muratori, calderai, cuochi, tessitori, servitori in cerca di padrone. Torino attira perché cresce e ha bisogno di braccia.

Verso mezzogiorno, nei quartieri popolari, la vita si allarga nei cortili. Le case sono spesso piccole e affollate Le famiglie numerose occupano stanze dove si dorme, si conserva, si litiga, si mangia. Chi ha una scala davanti all’uscio la usa come sedile. Chi ha un cortile lo divide con altri. Le donne lavano, cuociono, richiamano i figli, si scambiano favori e accuse . Un operaio torna solo per mangiare qualcosa. Pane, vino, forse una minestra se in casa è rimasto abbastanza. La carne è per chi può permettersela con regolarità; per molti resta un evento raro. Il vino invece accompagna la giornata molto più spesso, anche perché l’acqua non sempre ispira fiducia.

Nelle vie più eleganti, la stessa ora ha un altro passo. Un borghese entra in una bottega di tessuti. Non compra solo una stoffa, ma una posizione. Sa quali colori può portare senza sembrare ridicolo, quali ornamenti suggeriscono ricchezza, quali eccessi attirano commenti. Gli abiti parlano prima delle persone. Una giubba ben tagliata può aprire porte, una stoffa sbagliata può far capire a tutti che qualcuno sta tentando di sembrare più di ciò che è.

Più vicino alla corte, una carrozza rallenta. Il cocchiere fa schioccare la frusta per liberare il passaggio. Chi cammina si scosta, borbottando se può permetterselo e tacendo se conviene. Dai finestrini si vedono poco più che mani guantate, profili, parrucche, un lampo di seta.

Per un nobile, la giornata è fatta di visite, udienze, protezioni da offrire o da chiedere. Si vive anche di presenza: farsi vedere nel luogo giusto, salutare la persona giusta, non essere esclusi da una conversazione. La corte distribuisce favori, ma consuma chi le gira intorno. Un invito mancato, una precedenza negata, una parola riferita male possono costare più di un debito.

Nel pomeriggio entrano in scena i soldati. Non sempre marciano. Stanno alle porte, presso i corpi di guardia, nelle piazze dove la città vuole mostrarsi ordinata. Alcuni sono uomini del duca, altri appartengono alla milizia urbana. In caso di necessità ogni famiglia deve fornire un uomo valido: il servizio alla città non riguarda solo chi vive di armi.

Un soldato fermo con il moschetto non deve fare molto per cambiare il comportamento di una strada. La gente abbassa la voce, sposta una lite più in là, rimanda un affare poco chiaro. Chi ha qualcosa da nascondere impara a guardare prima le mani, poi gli occhi, poi la direzione in cui l’uomo armato sta voltando la testa.

La sorveglianza non passa solo dalle armi. Ogni quartiere ha chi conosce gli abitanti, chi sa chi è arrivato, chi ospita un forestiero, chi ha cambiato stanza, chi ha lasciato debiti. I cantonieri controllano , tengono registri, collaborano con l’autorità, intervengono anche in caso d’incendio. In una città costruita in parte di legno, con fuochi accesi nelle case e nelle botteghe, le fiamme sono una paura concreta.

La religione accompagna il giorno. Le campane chiamano, interrompono, ricordano. Una processione può modificare il ritmo di una strada. Le confraternite sfilano con i loro abiti, i ceri, gli stendardi. Alcune assistono i malati, altre accompagnano i morti, altre offrono ai confratelli una rete di aiuto e riconoscimento. Chi entra in una confraternita trova una comunità, ma anche occhi addosso.

La carità funziona nello stesso modo. Aiuta, nutre, veste, insegna un mestiere agli orfani o ai poveri che possono essere “corretti” attraverso il lavoro. Gli ospedali e le opere pie non sono soltanto rifugi: decidono chi merita soccorso, chi va disciplinato, chi può essere reinserito. Nel Seicento la compassione cammina spesso insieme al controllo.

Al calare del sole, le botteghe chiudono una dopo l’altra e la città cambia voce. Le osterie si riempiono di uomini stanchi, servi in libera uscita, garzoni che spendono troppo in fretta quel poco che hanno, soldati che bevono per noia o per abitudine. Si gioca a carte. Si discute di prezzi, tasse, padroni, donne, debiti, guerra. A volte qualcuno canta e altri gli vanno dietro.

Un mercante beve , con l’orecchio più attento della bocca. Sa che nelle osterie le merci cambiano proprietario anche prima di essere scaricate. Un piccolo funzionario fa finta di non sentire una proposta. Un facchino ride troppo forte e poco dopo qualcuno gli chiede se ha voglia di ripeterlo fuori.

Le risse nascono così: da una parola lasciata cadere, da un urto, da un insulto che tocca l’onore. La reputazione conta perché è moneta sociale. Chi non difende il proprio nome perde spazio. Chi lo difende troppo finisce davanti al Vicario, o peggio.

Intanto, nelle case alte e affollate, le famiglie si preparano alla notte. Una madre conta i figli con lo sguardo. Un padre controlla se la porta tiene. Un ragazzo più grande non è ancora rientrato e nessuno sa se preoccuparsi o arrabbiarsi. Nei quartieri dove la vita invade i cortili, la notte non porta silenzio: porta bisbigli, passi, colpi di tosse, un bambino che piange, qualcuno che rientra evitando di far rumore.

Nei palazzi, invece, la luce dura più a lungo. Si cena, si conversa, si riceve. Si parla di matrimonio, cariche, denaro, alleanze. La nobiltà ama presentarsi come separata dalla città bassa, ma dipende da essa in ogni dettaglio: servi, cuochi, sarti, fornitori, cocchieri, artigiani, informatori. Ogni palazzo è una macchina e sotto la sua eleganza lavorano decine di mani.

Fuori, Torino si richiude. Le porte contano di nuovo. Chi è dentro resta dentro, chi è fuori deve avere una ragione valida per avvicinarsi. Nei vicoli della città vecchia, chi conosce il percorso può muoversi senza farsi notare. Chi non lo conosce sbaglia svolta, finisce in un cortile chiuso, chiede aiuto alla persona meno adatta.

Per un bambino, una giornata così insegna più di una scuola. Insegna quali adulti evitare. Quali botteghe danno avanzi. Quali soldati accettano una risposta pronta e quali preferiscono uno schiaffo. Insegna che la città ha regole scritte e regole imparate osservando. Le prime stanno nei bandi, le seconde decidono spesso se mangerai, lavorerai, dormirai al sicuro.

La Torino del 1680 vive di questa somma di gesti. Il contadino che entra con il carro, il garzone che accende il fuoco, il mercante che misura le parole, i Il soldato che controlla la porta, il borghese che cerca rispetto, il nobile che difende il proprio posto a corte. E a fine giornata, ognuno torna dove può.

Il mattino dopo ricomincia tutto da capo.