ll 7 giugno 1706 le bombe cominciano a cadere con una certa frequenza su tutta la parte occidentale di Torino. A volte non è una scelta intenzionale di francese, ma la conseguenza della difficoltà di puntare i cannoni: la Cittadella, infatti, è stata protetta da un rialzo di terreno che formando una sorta di mezza collina rende le fortificazioni praticamente invisibili dalla campagna.

L’unico modo per colpire la Cittadella in maniera efficace è prendere la mira più da vicino. La parallela scavata negli scorsi giorni dista 400 metri. I francesi, principalmente di notte, iniziano a scavarne una ancora più avanzata, con l’obiettivo di a circa 150 metri dalla Cittadella.

Gli assediati rispondo al fuoco con tutta l’artiglieria disponibile: oltre ai 75 cannoni e 14 mortai della Cittadella, ci sono 55 cannoni e 10 mortai lungo i bastioni occidentali. Siamo davvero alle fasi iniziali della guerra, e tutti questi bombardamenti possono considerarsi come azioni di disturbo o poco più.

In città continuano i lavori della Congregazione: “si riferisce che Sua Altezza Reale per più pronta esecuzione de suoi comandi intende che in ogni giorno due de suoi Conseglieri, quali a vicenda verrebbero nominati da
signori Sindici, si portassero dal signor conte Castellamonte”. L’obiettivo è garantire il massimo coordinamento tra il governo cittadino e lo stato maggiore militare.

Visto il rischio ormai concreto delle bombe francesi, la Congregazione decide di far rimuovere il toro di bronzo e la guglia che decorano la cima della torre civica. E, per non fare torto a nessuno dei vari Santi protettori della città, decide di ricorrere a una novena “o altra divotione che meglio si crederà” a Sant’Antonio Abate.

L’immagine, una litografia ottocentesca di Carlo Verdoni, raffigura Antonio Abate che respinge tentazioni diaboliche. Immagine che trovo molto efficace, e che rimanda a molti temi a me familiari nella narrazione della trilogia dell’Assedio di Torino