Al giorno d’oggi, con l’arrivo dei primi freddi, basta girare una manopola o impostare un termostato per rendere confortevole la nostra casa. Ma cosa sarebbe successo se avessimo vissuto a Torino nel 1680?

Quasi di sicuro avremmo cominciato a preoccuparci del riscaldamento molto prima dell’arrivo dell’inverno. Perché il problema non era soltanto accendere un fuoco: bisognava procurarsi qualcosa da bruciare, trovare il denaro per acquistarlo, conservarlo all’asciutto e decidere come utilizzarlo senza sprechi.

A Torino questa necessità aveva caratteristiche particolari, legate alla posizione geografica, al clima della pianura piemontese, allo sfruttamento dei boschi circostanti e persino alle regole del mercato cittadino.

Una città ai piedi delle Alpi

Nel 1680 Torino era una capitale in trasformazione. Le fortificazioni racchiudevano una città che stava assumendo un aspetto sempre più monumentale, ma che conservava anche molte abitazioni modeste, botteghe, cortili e ambienti nei quali le condizioni di vita erano ben lontane dagli agi dei palazzi aristocratici. E quando arrivava l’inverno, tutti dovevano fare i conti con il freddo.

Torino sorge in una pianura circondata dalle montagne, attraversata da fiumi e soggetta a condizioni invernali che possono essere rigide e umide. Nel Seicento, inoltre, l’Europa attraversava una delle fasi della cosiddetta Piccola Età Glaciale, un lungo periodo caratterizzato da oscillazioni climatiche e da numerosi episodi di freddo intenso.

Questo non significa che ogni inverno torinese fosse gelido in modo eccezionale. Ma abbiamo una testimonianza straordinaria, contemporanea al periodo che ci interessa.

Un uomo che osservava la neve di Torino

Nel 1681, il matematico di corte Donato Rossetti pubblicò a Torino un piccolo volume intitolato La figura della neve.

ecco un estratto de “la figura della neve”

Rossetti raccoglieva i cristalli, li esaminava con strumenti ottici e cercava di comprenderne le forme. Le sue osservazioni erano cominciate nel 1675 e proseguirono per sei inverni, proprio mentre Torino viveva gli anni della reggenza di Madama Reale.

Secondo la ricostruzione dell’Archivio Scientifico e Tecnologico dell’Università di Torino, Rossetti prese in esame 144 episodi nevosi. Il numero riguarda le osservazioni da lui considerate: non va interpretato come una moderna serie meteorologica completa e omogenea, ma è ugualmente una testimonianza preziosa, perché ci restituisce qualcosa che appartiene alla Torino del nostro racconto.

Mentre nelle case si accendevano i focolari, un uomo al servizio dei Savoia studiava i fiocchi che cadevano sulla città.

Ma come facevano i torinesi a difendersi dal freddo?

Il camino non scaldava tutta la casa

Il sistema di riscaldamento che possiamo associare più direttamente alla vita domestica torinese era il focolare, spesso organizzato in un camino. Il fuoco serviva a cucinare, scaldare l’acqua, asciugare gli indumenti e riscaldare le persone che gli stavano vicino.

Ma non bastava certo accendere un camino per ottenere una temperatura gradevole in tutta l’abitazione. Il calore si concentrava soprattutto nelle sue immediate vicinanze. Una parte veniva dispersa attraverso la canna fumaria, mentre porte, finestre e pareti potevano lasciare entrare o trasmettere il freddo.

Nelle case più modeste, la stanza utilizzata per cucinare poteva diventare anche il principale ambiente nel quale trascorrere le ore invernali. Non era solo una questione di abitudini familiari: concentrare le attività intorno a un unico fuoco permetteva di sfruttare meglio il combustibile.

Nelle residenze aristocratiche, invece, le maggiori disponibilità economiche consentivano di mantenere accesi diversi camini e di affidarne la cura alla servitù. Nemmeno lì, però, tutti gli ambienti erano costantemente riscaldati. Le stanze ampie, gli alti soffitti e la dispersione del calore rendevano difficile ottenere un comfort uniforme. Ma la differenza fra chi poteva consumare molta legna e chi doveva risparmiarne ogni pezzo era enorme.

Il problema della legna: Torino aveva già consumato molti dei suoi boschi

Per comprendere come ci si scaldava nella Torino del 1680, dobbiamo uscire dalle case e guardare il territorio circostante. Il principale combustibile era la legna, insieme al carbone vegetale, ottenuto attraverso la carbonizzazione del legno.

Ed ecco una particolarità della nostra città. I boschi della collina torinese vennero sfruttati per secoli per procurare combustibile agli abitanti. I versanti meno favorevoli alle coltivazioni, soprattutto quelli esposti a nord, costituivano una risorsa importante.

La legna, tuttavia, non serviva solo per i camini domestici. Ne avevano bisogno le fornaci, le attività artigianali e numerose lavorazioni che richiedevano calore. Anche la crescita edilizia della capitale aumentava la domanda di materiali e combustibile. Lo sfruttamento delle risorse forestali aveva quindi conseguenze sul paesaggio.

Secondo gli storici Cardoza e Symcox, nel Seicento il disboscamento attorno a Torino aveva raggiunto proporzioni tali che le autorità dovevano procurarsi scorte di legname anche dalle più lontane zone alpine. È un particolare significativo: per alimentare i focolari della capitale non bastava ciò che cresceva a poca distanza dalle mura.

Il calore delle case torinesi dipendeva da un sistema di approvvigionamento che collegava la città ai boschi, alle montagne, ai trasportatori e ai mercanti. Prima ancora di bruciare nel camino, ogni pezzo di legna aveva già richiesto lavoro e denaro.

La legna si comprava al mercato

C’è un altro aspetto che rende questa storia specificamente torinese. Le fonti sulla storia dei mercati cittadini documentano l’esistenza di un commercio regolamentato della legna e del carbone vegetale.

Le merci erano sottoposte a controlli, con distinzioni fra differenti qualità di legname. La documentazione storica ricorda, per esempio, rovere, verna e albera: gli ultimi due sono i nomi che i piemontesi davano all’ontano e al pioppo.

I mercati della legna cambiarono collocazione nel corso del tempo: le fonti ricordano piazza Castello, piazza San Carlo e, in una fase successiva, l’area davanti alla Cittadella.

La città interveniva anche nella regolazione dei prezzi e delle scorte. Non sarebbe corretto sostenere che tutte le disposizioni descritte dalle fonti fossero già in vigore, nella stessa forma, nel 1680. Ma questi documenti mostrano con chiarezza quanto il commercio dei combustibili fosse importante nella storia economica torinese.

La legna non era una risorsa che ogni abitante poteva semplicemente andare a raccogliere. Per una parte considerevole della popolazione era una merce da acquistare. E questo cambiava parecchio il significato del riscaldamento.

Scaldarsi o cucinare?

Proviamo a immaginare una famiglia torinese con poche risorse. Deve comprare il pane, pagare l’affitto, procurarsi il necessario per vivere. E, con l’arrivo dell’inverno, deve anche acquistare combustibile.

La stessa legna può servire per cucinare e per riscaldarsi. Come utilizzarla?

Le ricerche sulla vita quotidiana e sui mercati torinesi mostrano che il costo dei combustibili pesava sulle condizioni delle famiglie meno abbienti. La documentazione storica segnala anche il ricorso a cibi già cotti, una soluzione che permetteva di limitare l’uso del focolare domestico. A influire non era soltanto il prezzo della legna. Contavano anche le condizioni delle abitazioni, spesso anguste, e il pericolo degli incendi.

Questo aspetto è molto interessante perché ci ricorda che il fuoco aveva due funzioni inseparabili: preparare il cibo e produrre calore. Chi non poteva permettersi di alimentarlo a lungo doveva trovare un equilibrio fra necessità diverse.

Non ho trovato di una contabilità domestica torinese del 1680 che ci consenta di stabilire quanti soldi spendesse quotidianamente una famiglia povera per scaldarsi. Inventare una cifra sarebbe fuorviante. Sappiamo però che il combustibile aveva un costo e che la sua disponibilità contribuiva a distinguere le condizioni di vita dei diversi ceti sociali: il freddo era lo stesso per tutti, le possibilità di difendersene, no.

Ma nel resto d’Europa non ci si scaldava sempre allo stesso modo

Qui è necessario chiarire un punto. Quando pensiamo al riscaldamento del Seicento, non dobbiamo immaginare un’unica tecnologia utilizzata indistintamente in tutte le città europee.

In diverse regioni dell’Europa centrale e settentrionale erano diffuse le stufe chiuse rivestite di ceramica, capaci di accumulare calore e rilasciarlo gradualmente negli ambienti. Si trattava di sistemi differenti dal camino aperto, adatti a trattenere il calore nelle stanze. Ne troviamo esempi documentati anche in residenze signorili svedesi del Seicento.

Nei Paesi Bassi, invece, un combustibile di grande importanza era la torba, estratta dai terreni umidi e utilizzata per le necessità domestiche. Uno studio sui consumi energetici della città di Leida mostra quanto il riscaldamento e la cucina dipendessero da questo materiale.

E a Torino? Le fonti locali mettono in primo piano soprattutto la legna e il carbone vegetale. Non abbiamo invece elementi sufficienti per sostenere che le stufe in maiolica tipiche di altre regioni europee costituissero il sistema ordinario di riscaldamento delle abitazioni torinesi nel 1680.

È una differenza importante: il modo di scaldarsi dipendeva anche dalle risorse disponibili, dai commerci, dalle tradizioni costruttive e dall’organizzazione degli ambienti.

La Torino del 1680 aveva una propria storia del calore, strettamente legata al legname del territorio piemontese.

E quando arrivava la notte?

Il problema diventava ancora più evidente al momento di coricarsi. Quando il fuoco diminuiva o veniva lasciato spegnere, gli ambienti perdevano progressivamente calore. Nelle camere non riscaldate si ricorreva soprattutto agli indumenti, alle coperte e ai tessuti pesanti.

Nell’Europa dell’epoca erano conosciuti anche strumenti per trasferire temporaneamente il calore delle braci, come gli scaldaletto. Tuttavia, molti degli esemplari conservati nei musei italiani sono più recenti, e non possiamo affermare che fossero comuni in ogni casa torinese del 1680. Il principio rimane comunque interessante: quando non era possibile riscaldare un’intera stanza, si cercava di scaldare almeno il letto o la persona.

Naturalmente il fuoco comportava rischi. Le scintille potevano incendiare materiali combustibili. I camini mal tenuti potevano diventare pericolosi. E l’utilizzo di braci in ambienti poco ventilati esponeva al rischio di intossicazione da monossido di carbonio, un pericolo che gli abitanti del Seicento non erano in grado di comprendere nei termini scientifici attuali.

Scaldarsi richiedeva quindi attenzione, oltre che denaro e fatica.

Una sera d’inverno nella Torino di Madama Reale

Immaginiamo di attraversare Torino in una sera di dicembre del 1680. Le botteghe stanno chiudendo. L’aria è umida e fredda. Chi cammina per strada si stringe nel mantello e affretta il passo. Dietro alcune finestre si intravede il chiarore di un focolare.

In una casa modesta, una famiglia si raccoglie nella stanza dove è acceso il fuoco. Qualcuno prepara da mangiare. Altri cercano di approfittare del calore prima che arrivi il momento di andare a dormire. Poco distante, in un palazzo aristocratico, la servitù si occupa di alimentare i camini degli ambienti utilizzati dai padroni.

Sono due scene ricostruite, ma credo che possano rendere bene una differenza concreta: la quantità di combustibile disponibile determinava quanto a lungo e in quali spazi fosse possibile difendersi dal freddo.

Fuori dalle mura, intanto, esisteva un altro mondo indispensabile alla sopravvivenza della città: quello dei boschi, dei boscaioli, dei carbonai, dei trasportatori e dei mercanti. Senza il loro lavoro, il calore non sarebbe arrivato nelle case.

E forse è proprio questa la differenza più grande rispetto a oggi. Per noi il riscaldamento è soprattutto una caratteristica dell’abitazione. Per un torinese del 1680 era invece il risultato di una lunga catena di attività: procurare il combustibile, trasportarlo, comprarlo, conservarlo, accendere il fuoco e alimentarlo.

Il freddo non si combatteva semplicemente chiudendo una finestra o alzando la temperatura. Ogni giornata calda aveva un costo. E ogni notte d’inverno ricordava quanto fosse difficile permetterselo.


Per saperne di più

  • Anthony L. Cardoza, Geoffrey W. Symcox, Storia di Torino, Einaudi, 2006. Per il paesaggio, il disboscamento e l’approvvigionamento di legname nel Seicento.
  • La storia dei mercati torinesi, pubblicazione storica disponibile nella biblioteca digitale di MuseoTorino. Per il commercio della legna e del carbone, la regolamentazione dei prezzi e le condizioni delle famiglie povere. La ricostruzione comprende anche periodi successivi al 1680.
  • Archivio Scientifico e Tecnologico dell’Università di Torino, Donato Rossetti. Per le osservazioni nivologiche condotte fra il 1675 e il 1681.
  • Dizionario Biografico degli Italiani, voce Donato Rossetti, Treccani.
  • Anello Verde, I boschi della Collina di Torino. Per lo sfruttamento storico dei boschi collinari.
  • Annals of Glaciology, Snowfall series of Turin, 1784–1992: climatological analysis and action on structures. Per la storia delle osservazioni della neve a Torino.
  • A Companion to Medieval and Early Modern Leiden, capitolo The Fuel of the City. Per il confronto con l’impiego della torba nei Paesi Bassi.
  • Ricerche archeologiche sulle stufe in ceramica dell’Europa centrale e settentrionale, per il confronto fra differenti sistemi di riscaldamento.