Un maggiordomo apparve nell’atrio e disse: «Il Conte vi attende.»

Gustìn e Felice erano appena giunti in città, non avevano fatto in tempo a mandare messaggeri ad annunciare il loro arrivo… eppure il Conte li attendeva.
Gropello era abituato a dormire poco, e senz’altro era già sveglio a quell’ora: forse si era affacciato alla finestra un attimo prima e aveva visto arrivare i suoi uomini. Ma molti a Torino dicevano che il Ministro delle Finanze del Duca aveva occhi e orecchie ovunque, e lui faceva di tutto per lasciarlo credere.

Il maggiordomo li precedette lungo i corridoi stretti e disadorni destinati al passaggio dei domestici. Raggiunta una porticina, bussò piano, poi la aprì nello studio del Conte.
La stanza aveva il pavimento di legno tirato a lucido, e di legno pregiato erano i mobili che riempivano le pareti. Di fronte alla finestra c’era una scrivania coperta di rotoli di pergamena, mappe e lettere, ma in un angolo aveva trovato spazio un vassoio con un piattino di biscotti. Quando li vide entrare, Gropello posò la sua tazza di cioccolata calda:

«Era ora.»

La smorfia delle labbra assomigliava molto di lontano a un sorriso, ma Gustìn preferì credere che la sua impazienza fosse scherzosa, e la ricambiò con un’occhiata irriverente.

«Monsieur, le dame alla festa della Fojada erano così graziose che non volevo più andare via.»

Gropello indossava un abito modesto per il suo titolo, ma appropriato per la sobrietà imposta dal Duca. Non portava la parrucca, lasciando scoperti capelli che cominciavano a ingrigirsi. Occhi color cenere spiccavano
in un viso dalla carnagione scura: sembravano capaci di guardare attraverso e di raggiungere perfino l’anima. Era di almeno una spanna più basso di Gustìn e di tutta la testa rispetto a Felice, ma li sovrastava entrambi.

(la Città dell’Assedio)

Giambattista Gropello conte di Borgone, è la figura storica di cui ho scritto con maggior dovizia di particolari. Ai tempi di Laura e Gustìn, ricopriva il ruolo di Ministro delle Finanze, ma è lecito credere che fosse lui a capo dell’intelligence del Ducato di Savoia.

Come racconta lui stesso durante “la città delle streghe” nacque intorno al 1650, ad Avigliana, in una famiglia della piccola borghesia della bassa Val di Susa. Sin da giovane si fece notare per intelligenza e spirito di iniziativa, attirando l’attenzione di un feudatario locale, il marchese di San Tommaso, che ricopriva la carica di segretario di Stato. La raccomandazione (meritata, sicuramente) da parte del marchese lo condusse all’ufficio di notaio e segretario di Avigliana e in pochi anni diede prova di saperci fare. Bravo amministratore, bravo a dirimere intricate questioni di finanza e giurisdizioni, bravo a fare da mediatore e da paciere nelle controversie. Le doti di Gropello arrivano alle orecchie di Vittorio Amedeo II, che proprio in quegli anni ha ottenuto la corona ducale e sta riorganizzando la struttura di potere ai suoi ordini e decide di mettere alla prova quel giovane come esattore delle tasse.

Nel 1690 i francesi invadono il Piemonte, danno alle fiamme il borgo e il castello di Rivoli, radono al suolo il castello di Avigliana. Gropello è tra i pochi funzionari a non perdere la calma e, specialmente, a restare accanto al Duca mentre i suoi colleghi disertano uno dopo l’altro. Questa dimostrazione di fedeltà non verrà mai dimenticata, e la carriera di Gropello ha un’impennata.

Nell’ultimo decennio del Seicento gli viene chiesto di occuparsi dei due maggiori problemi della Val di Susa: i contrabbandieri e i funzionari corrotti e compromessi con l’invasore francese. Gropello non ha riguardi né per gli uni né per gli altri. In questo frangente dà dimostrazione della sua capacità di intelligence: grazie a una fitta rete di informatori (e immagino che tra questi ci siano stati i “miei” Felice e Gustìn), riesce a tenere sotto controllo i movimenti delle truppe nemiche, le loro necessità di cibo e rifornimenti, ma anche a tastare il polso dell’umore del popolo e dei nobili locali. Spesso fa uso di travestimenti per recarsi sul posto e osservare le cose con i suoi occhi. Grazie ai suoi rapporti il Duca riesce a tenere testa al nemico giocando proprio sul fronte dei rifornimenti, interrompendo quelli francesi e rafforzando quelli sabaudi.

A Gropello vengono affidati incarichi diplomatici, e se la cava bene anche con quelli. Tratta con gli inviati di Parigi le condizioni per il trattato con cui Francia e Ducato di Savoia interrompono le ostilità. Ormai la sua posizione al fianco del Duca è intoccabile: riceve un premio di diecimila lire d’argento (una lira al giorno era lo stipendio medio di un piccolo artigiano), è nominato consigliere e mastro auditore della Camera dei conti di Piemonte, intendente di giustizia a Susa e Pinerolo. E continua a fare l’intendente delle gabelle, perché fare i conti con i soldi sono la cosa in cui è più bravo.

In un Ducato fiaccato da anni di guerra Gropello si muove con estrema decisione per riempire le casse esauste, usando le maniere forti contro le comunità filofrancesi poco desiderose di pagare le tasse, e le maniere ancora più forti contro gli amministratori colpevoli di abusi di potere. E non usa alcuna tenerezza nei confronti di chiunque alzi la voce contro le decisioni del Duca: a Mondovì ricorderanno a lungo i suoi metodi repressivi durante la Rivolta del Sale del 1698, tra facinorosi impiccati, famiglie esiliate, case demolite, boschi rasi al suolo e beni confiscati.

No, Gropello non è certo un uomo dal cuore tenero, ma esegue gli ordini del Duca senza una sola esitazione, ed è per questo che viene ricambiato con una fiducia completa: Vittorio Amedeo II lo nomina Ministro delle Finanze, con una pensione di 9000 lire all’anno. Per l’umile notaio aviglianese, significa raggiungere il vertice del potere nel Ducato, ma senza dimenticarsi da dove arriva: la sua amministrazione si segnala per una feroce lotta contro gli abusi e le vessazioni. Molti provvedimenti sono presi contro i privilegi fiscali dei beni ecclesiastici, o di quelli dell’aristocrazia. Più tasse ai ricchi, ai nobili e alla Chiesa, meno tasse al popolo.

Quest’uomo così energico, pratico e abile organizzatore, sicuro di sé, severo al limite della ferocia, trova modo di dare prova di sé durante la guerra di successione spagnola e nel momento cruciale dell’assedio di Torino del 1706. Vittorio Amedeo II gli dà pieni poteri in materia finanziaria: Gropello si occupa di tassazioni straordinarie, requisizioni obbligatorie, alienazione di beni demaniali, prestiti bancari, e poi dell’acquisto e all’organizzazione del necessario per resistere all’assedio. La Biblioteca Reale di Torino conserva una sua nota spese dove sono ordinatamente riportati tutti i dettagli delle svariate attività da lui tenute sotto controllo, dalla predisposizione delle difese e fortificazioni, agli approvvigionamenti di viveri e polvere da sparo, al reclutamento straordinario.

Al termine dell’assedio Gropello si trova di fronte una nuova sfida: un regno da gestire, non più un ducato. Oltre alle terre piemontesi, adesso c’è anche la Sardegna. Il conte si prodiga per attuare una vera e propria riforma dell’amministrazione fiscale e finanziaria. Lascia al suo successore, il conte d’Ormea (altra figura come lui di provenienza popolare) i conti in ordine e un’ottima organizzazione.

Vittorio Amedeo II gli riserva un ultimo onore: il titolo di “presidente patrimoniale della Camera dei Conti di Piemonte”. E una pensione di 6.000 lire.

Gropello muore a Torino nel 1722, ed è sepolto nel duomo di San Giovanni.

Il ritratto del Conte, presente in questo post, si trova nel Palazzo Reale di Torino.